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dicembre 3, 2008

L’UNICEF presenta un nuovo rapporto sul contagio madre-figlio in occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS

New York, 1° dicembre 2008 – Diagnosi precoce e cure tempestive possono migliorare significativamente le aspettative di vita dei neonati esposti al rischio di contagio da HIV, secondo il rapporto lanciato oggi da quattro agenzie delle Nazioni Unite.

La pubblicazione, lanciata nella Giornata Mondiale contro l’AIDS e intitolata “Bambini e AIDS: terzo rapporto di aggiornamento”, è stata realizzata dall’UNICEF, dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS), dal Programma congiunto delle Nazioni Unite sull’HIV/AIDS (UNAIDS) e dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA).

«Senza cure appropriate metà dei bambini affetti da HIV moriranno prima di aver compiuto i due anni di età» afferma il Direttore generale dell’UNICEF Ann Veneman. «I neonati sieropositivi a cui viene diagnosticato tempestivamente il virus e che iniziano le cure entro la dodicesima settimana di vita hanno il 75% in più di possibilità di sopravvivenza

Tuttavia, nel 2007 meno del 10% dei neonati nati da madri affette da HIV ha effettuato il test prima dei due mesi di vita.

Il rapporto sottolinea l’importanza della diffusione del test affinché i bambini possano essere sottoposti alle cure necessarie il prima possibile.

«Oggi nessun bambino dovrebbe morire per cause collegate all’AIDS» ha affermato il Direttore generale dell’OMS Margaret Chan. «Sappiamo come prevenire queste tragiche morti, ma dobbiamo rafforzare i sistemi sanitari per assicurare che tutte le madri e tutti i bambini ricevano le cure quanto prima possibile.»

In alcuni dei paesi maggiormente colpiti dall’HIV e AIDS, quali Kenya, Malawi, Mozambico, Ruanda e Sudafrica si sta portando a regime il test per l’HIV nelle prime settimane di vita.

Nel 2007 30 Paesi a basso e medio reddito avevano adottato il nuovo metodo per il test per l’HIV (Dried Blood Spot Testing) rispetto ai 17 Paesi del 2005.

In molti paesi dell’Africa Subsahariana, tra i quali Botswana e Sudafrica, grazie a questo nuovo metodo molti bambini effettuano il test sin dalla sesta settimana di vita e molti di quelli che sono risultati positivi all’HIV hanno potuto iniziare la terapia antiretrovirale.

Ancora troppe poche donne incinte sanno se hanno o no l’HIV.

Nel 2007 solo il 18% delle donne incinte nei Paesi a basso e medio reddito ha effettuato il test e solo il 12% di quelle che sono risultate positive ha effettuato ulteriori accertamenti per verificare a che stadio era l’infezione e che tipo di cure erano necessarie.

«La prevenzione della trasmissione da madre a figlio dell’HIV è non solo un intervento efficace, ma un diritto umano» afferma Peter Piot, Direttore generale di UNAIDS. «Stiamo assistendo a progressi significativi in molti paesi, specialmente in alcune regioni dell’Africa, ma è necessario portare a regime l’accesso al test e alle cure necessarie per le donne incinte

Il rapporto raccomanda inoltre un maggiore accesso ai test per verificare le funzioni immunitarie delle donne incinte affette da HIV, per determinare lo stadio dell’infezione e decidere cure che rispondano ai bisogni sanitari delle donne e riducano il rischio di trasmissione ai figli.

La prevenzione è un’altra componente chiave della strategia delle Nazioni Unite sull’HIV e AIDS.

Ogni anno un numero significativo di giovani continua a contrarre l’HIV (il 45% dei nuovi contagi avviene tra persone di età compresa tra 15 e 24 anni).

In 22 paesi dell’Africa occidentale e centrale la prevenzione del contagio tra i giovani è prevista nei piani strategici nazionali di contrasto all’HIV.

In Camerun, nella Repubblica Democratica del Congo e in Nigeria esistono programmi specifici per ridurre i comportamenti a rischio, la vulnerabilità e la disparità tra i giovani sia dentro che fuori l’ambiente scolastico.

«In un mondo dove esiste l’HIV/AIDS, i giovani hanno bisogno di informazioni ed educazione complete e di accesso ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva per proteggere il proprio diritto alla salute» afferma il Direttore generale dell’UNFPA Thoraya Ahmed Obaid.

«Prevenire nuovi contagi tra le donne è la prima linea di difesa per prevenire il contagio tra i neonati. Coinvolgere i giovani negli interventi di contrasto all’HIV è il modo migliore per assicurare che questi programmi abbiano successo

Le cure per l’AIDS pediatrico, la prevenzione della trasmissione da madre a figlio dell’HIV e la prevenzione di nuovi contagi tra i giovani e gli adolescenti sono tre delle quattro priorità della Campagna “Uniti per i bambini, Uniti contro l’AIDS” analizzati in questo terzo rapporto di aggiornamento.

La quarta priorità è quella relativa alla cura e al sostegno dei circa 15 milioni di bambini che hanno perso uno o entrambi i genitori a causa dell’AIDS.

 (2.74 MB)“Children and AIDS – III Stocktaking Report” (in inglese) (2.74 MB)

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Congo, la guerra civile

novembre 15, 2008

Copio un articolo da sito dell’unicef:

on cessa l’odissea dei 250.000 sfollati della provincia congolese del Nord Kivu, sottoposti a rischi gravissimi e alle sofferenze di un esodo senza sosta a causa dei combattimenti tra l’esercito regolare e la milizia ribelle del generale Nkunda.

Cercano scampo dai combattimenti, ripresi all’improvviso dopo qualche mese di fragile tregua, seguiti a molti anni di un conflitto spietato, ribattezzato la “prima guerra mondiale africana” (cinque milioni di morti dal 1998 a oggi): una guerra motivata da ragioni economiche che rischiano ora di assumere un ancor più pericoloso connotato etnico.

Una fila interminabile di sfollati diretti a Goma dal campo profughi di Kibumba, abbandonato per via dei combattimenti in corso nell'area
Una fila interminabile di sfollati diretti a Goma dal campo profughi di Kibumba, abbandonato per via dei combattimenti in corso nell’area – ©AFP/Walter Astrada

Nonostante i tentativi di mediazione sotto l’egida dell’ONU e dell’Unione Africana, i combattimenti non cessano di intensità, mentre si segnalano infiltrazioni di formazioni armate dai paesi confinanti (Ruanda, Uganda e Angola) che rischiano di “internazionalizzare” il conflitto, come già avvenuto in passato con esiti disastrosi per i civili.

Con quelli provocati dall’ultima recrudescenza della guerra, salgono a oltre un milione (ma altre stime parlano addirittura di un milione e mezzo), i civili sfollati nel Nord Kivu, regione fertilissima e ricca di risorse minerarie nell’est della Repubblica Democratica del Congo.

In altri termini, in questa vasta regione quasi un abitante su quattro è in fuga, spesso dopo aver perso tutto ciò che possedeva.

In  maggioranza gli sfollati sono donne e bambini, alcuni dei quali rimasti separati dalle famiglie nel caos della fuga.

In situazioni simili, come spiega in questo video uno dei responsabili UNICEF per le emergenze, i bambini e le bambine sono esposti a gravissimi rischi: dalle malattie alla malnutrizione alla purtroppo diffusissima piaga della violenza sessuale.

L’insicurezza e il clima di violenza sono tali da spingere migliaia di famiglie ad abbandonare anche i campi profughi in cui vivevano da anni, per andare a cercare rifugio nei centri urbani, a cominciare da Goma, capitale della regione.

Ed è qui, nonostante enormi rischi, che l’UNICEF e poche altre organizzazioni umanitarie stanno concentrando gli aiuti per una massa di sfollati che cresce di ora in ora.

L’UNICEF in azione

Uno dei numerosi aerei carichi di aiuti UNICEF atterrati in questi giorni all'aeroporto di Goma, capitale del Nord Kivu
Uno dei numerosi aerei carichi di aiuti UNICEF atterrati in questi giorni all’aeroporto di Goma, capitale del Nord Kivu – ©UNICEF R.D.Congo/2008/Harneis

L’UNICEF, presente da tempo in questa martoriata regione dell’Africa, ha immediatamente intensificato le attività umanitarie già in corso (nei giorni immediatamente precedenti la crisi erano stati assistiti oltre 50.000 sfollati del Nord Kivu) per venire incontro ai bisogni della popolazione infantile.

«Vediamo arrivare a Goma gente che è stata sfollata ormai due, tre, persino cinque volte in questi ultimi anni» riferisce Jaya Murthy, specialista dello staff UNICEF locale. «E abbiamo seguito decine di casi di bambini fuggiti da casa per arruolarsi nelle milizie» (su questo tema, suggeriamo questo articolo uscito sul Corriere della Sera)

Per fronteggiare la sete e prevenire il colera e le altre infezioni da acqua impura, l’UNICEF ha inviato a Goma numerose autocisterne, ciascuna carica di migliaia di litri di acqua potabile, oltre a 1.500 tonnellate di sostanze per potabilizzare le scorte idriche.

Aiuti essenziali sono giunti via aerea con 9 voli umanitari provenienti da Stati Uniti e Gran Bretagna, carichi di beni (alimentari e non) donati all’UNICEF per fronteggiare i bisogni di decine di migliaia di sfollati. Altri voli sono in programma nei prossimi giorni.

A Kibati, l’UNICEF aveva appena iniziato una campagna di vaccinazioni contro il morbillo per i 13.000 bambini ospiti del campo per sfollati: le vaccinazioni sono state interrotte per la caotica fuga dal campo di migliaia di famiglie, terrorizzate dall’avvicinarsi del fronte dei combattimenti. L’UNICEF conta di avviare nuove campagna di immunizzazione dal morbillo non appena le condizioni di sicurezza lo permetteranno.

Per saperne di più sull’azione di soccorso dell’UNICEF per gli sfollati nel Nord Kivu visita la pagina dedicata agli aggiornamenti su questa crisi.

Per aiutare i bambini e le madri sfollate del Nord Kivu puoi contribuire con una donazione online oppure nei seguenti modi:

– cc postale n. 745.000 intestato a Comitato Italiano per l’UNICEF, causale: “Emergenza R.D. Congo”
– con carta di credito telefonando al Numero Verde gratuito UNICEF 800-745.000
– cc bancario n. 000.000.510051 presso Banca Popolare Etica, codice IBAN: IT51 R050 1803 2000 0000 0510 051, intestato a Comitato Italiano per l’UNICEF, causale: “Emergenza R.D. Congo”
– presso la sede UNICEF della tua città (qui tutti gli indirizzi)

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