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Secondo un’inchiesta della Fondazione Omega, un cargo carico di armi Usa per Israele è in giro per il Mediterraneo

gennaio 22, 2009

È in corso un’iniziativa di ‘contrabbando’ di armi che ha sostenuto l’offensiva militare d’Israele. E non è finita con la ‘tregua’.

1. Il 6 Dicembre 2008 un contratto dello US Military Sealift Command, l’entità logistica della Marina Usa, viene vinto dalla compagnia marittima tedesca Oskar Wehr che gestisce una trentina di navi, perlopiù portacontainers di media dimensione. Il contratto (N00033-09-R-5505, N00033-09-C-5505, per 635.000 dollari richiede il trasporto di 989 containers dalla base navale di Sunny Point (North Carolina, poco a sud del porto di Southport, sulla costa orientale statunitense) al porto israeliano di Ashdod, 39 km a nord di Gaza City. La destinazione di questo carico è il deposito statunitense «War Reserve Stockpile for Allies (WRSA-I)» in Israele e il caricamento, dice il contratto, deve iniziare il 13 dicembre.
Poco dopo (31 dicembre), lo stesso Sealift Command fa un’offerta per altri due contratti (N00033-09-R-5205; N00033-09-R-5205), per il trasporto di 157 e 168 container rispettivamente, con destinazione ancora Ashdod e origine il porto di Navipe-Astakos – sulla costa ionica greca, poco a Nord dell’isola di Cefalonia. Il caricamento va effettuato a partire dal 15 gennaio.
Ashdod non è nuova come destinazione di armi e munizioni Usa – sia dirette alle forze armate israeliane, sia al deposito statunitense in Israele. Contratti di tale tipo sono stati assegnati dal Military Sealift Command in varie occasioni negli anni recenti (dal 2002 al 2008) con trasporti da Livorno (Camp Darby) e da vari porti greci e statunitensi ad Israele. Esempi recenti sono due contratti del 17 agosto 2007 assegnati all’ italiana «Enrico Bonistalli» di Livorno (247.500 dollari per il trasporto di 125 containers di munizioni) e alla statunitense TransAtlantic Lines LLC (449.000 dollari per 125 containers di munizioni) e un contratto del 28 agosto 2007 alla statunitense Sealift Inc. (745.000 dollari per 125 containers di munizioni), quest’ultimo proprio dal porto di Navipe-Astakos ad Ashdod (1.535 km di viaggio).
Alcuni ricercatori che seguono di routine i contratti e i trasporti militari s’accorgono che i contratti del dicembre 2008, oltre ad avere come destinazione Ashdod in questo momento, includono menzione del tipo di carico da trasportare: una vasta gamma sia di esplosivi ad alto potenziale (816 tonnellate nel primo contratto) che di esplosivi inclusi nella categoria H delle merci pericolose, ovvero fosforo bianco (secondo e terzo contratto), oltre ad altro munizionamento e ordigni esplosivi (da testate per missili a munizioni di vario tipo e bombe anti-bunker).
Agli inizi di gennaio i ricercatori rintracciano la nave incaricata del trasporto, la «Wehr Elbe» (IMO 9236688), capace di caricare 2.500 containers. Presente a Sunny Point il 13 dicembre, la nave parte il 20 con prima destinazione Astakos. La scoperta finisce sui tavoli della segreteria internazionale di Amnesty International, che già il 2 gennaio aveva in un comunicato chiesto l’embargo completo di invii di armi ad Israele e ad Hamas. Viene allertata la stampa e l’agenzia Reuters ne dà notizia il 10 di gennaio, provocando i primi sconquassi e smentite. Il Pentagono si affretta a precisare che i carichi non erano diretti alle forze armate israeliane, ma al deposito Usa succitato e il 12 gennaio il governo greco smentisce he navi dirette ad Ashdod siano partite dai porti greci. Compaiono altri articoli sulla stampa internazionale e il 13 gennaio una dichiarazione del Comando statunitense in Europa afferma che gli ultimi due contratti sono stati «cancellati» (teoricamente l’8 gennaio) e che l’operazione è stata «rimandata». Il 14 gennaio, un comunicato di Amnesty dettaglia tuttavia i termini delle operazioni, chiedendo che la nave venga fermata e Stop the War, il movimento greco di solidarietà, protesta contro l’attracco a Astakos. Il 17 il premier greco Costas Karamanlis, pur ammettendo che c’è stata la richiesta degli Stati uniti, afferma che la Grecia non avrebbe tuttavia dato il permesso agli americani di far attraccare la nave ad Astakos e che anche in passato nessun porto greco sarebbe stato interessato a tali invii. Pressioni del ministero degli esteri tedesco sulla Oskar Wehr perchè fermi la nave non sortiscono effetto dato che la Wehr Elbe non è più sotto controllo dell’armatore, ma direttamente del Sealift Command e ha a bordo militari statunitensi armati. Le cose però non stanno proprio così.

2. Le dichiarazioni Usa sottolineano come tali trasferimenti di munizionamento fossero stati programmati molto prima del conflitto a Gaza e non avessero relazioni con le necessità dell’esercito israeliano. Vediamo i fatti. È certamente possibile che i trasferimenti siano stati discussi o decisi qualche mese prima del dicembre (probabilmente anche l’operazione israeliana è stata «discussa» con il Pentagono qualche mese prima di iniziare…), ma resta il fatto che il bando di gara del primo contratto è datato 4 dicembre e i tempi di carico e scarico che esso prevede sono inusualmente stretti, ad indicare un’operazione urgente e non routinaria. A quella prima offerta di contratto se ne aggiungono altre due il 31 dicembre, quattro giorni dopo l’inizio dell’assalto israeliano su Gaza.
Quanto poi al fatto che i containers fossero realmente diretti al deposito Usa in Israele, le dichiarazioni del Pentagono omettono un particolare importante: come è scritto in una comunicazione del Pentagono al residente del Comitato sulle Forze Armate del Senato Usa, John Warner, datata 10 Aprile 2003, «il Dipartimento della Difesa mantiene un deposito – War Reserve Stockpile – in Israele. Tale deposito è un’entità separata che contiene munizioni e materiale posseduti dagli Stati Uniti e destinati all’uso di riserva di guerra da parte degli Stati Uniti e possono essere trasferiti al governo di Israele in una emergenza, previo rimborso». Mentre si ribadisce che nulla è gratis al mondo, la clausola finale è chiara.

3. Sulle dichiarazioni del governo greco che vorrebbero la Grecia alla fine estranea a questi trasferimenti. Anche qui è certo possibile – e vi sono dichiarazioni statunitensi del 13 gennaio al proposito – che le autorità greche, vista la malparata, abbiano all’ultimo momento negato agli Usa l’approdo ad Astakos, ma è del tutto irrealistico che la Grecia non avesse dato il benestare all’operazione.
Tutti e tre gli invii previsti coinvolgono il porto di Navipe-Astakos: due differenti strumenti di tracciamento dei percorsi delle navi danno a Wehr Elbe a Sunny Point il 13 dicembre con partenza il 20 per il porto di Astakos e tracciano la nave vicino a Gibilterra il 28 dicembre, specificando ancora Astakos come destinazione. Non c’è ragione di pensare che la destinazione non fosse quella, dato che le informazioni arrivano a tali strumenti dalle navi stesse e dagli agenti assicurativi. Inoltre, i due ultimi contratti («cancellati») menzionano esplicitamente Astakos come porto di partenza per Ashdod. Nessuno, in trasporti marittimi di tale genere e che nel caso prevedevano l’assistenza di almeno quattro imbarcazioni anti-incendio per le operazioni di carico e scarico, può sensatamente (e anche per legge) mettere come destinazione un porto a cui non abbia comunicato l’arrivo della nave e il tipo di carico e non ne abbia ricevuto approvazione. È del tutto falsa poi l’affermazione del premier greco relativa all’inesistenza di invii di munizioni ad Israele nel passato. Vi sono, come detto, almeno tre altri contratti del Sealift Command, assegnati nel 2007, che nominano o Astakos o genericamente la Grecia come punto di partenza di ingenti invii di munizioni ad Ashdod. E non si tratta di bandi di concorso, ma di contratti vinti e assegnati a trasportatori marittimi per svariate centinaia di migliaia di dollari. Vi è infine da notare che il reale percorso della Wehr Elbe mostra alcuni elementi che contrastano direttamente con quanto affermato dal governo greco, indicando inoltre un possibile coinvolgimento dell’Italia.
A Gaza l’assalto israeliano ha provocato la morte di 1.400 persone (la più parte civili) e il ferimento grave di altre 5.100. Tutto è ora appeso a una fragilissima tregua unilaterale annunciata da Israele e anche da Hamas, rispetto alle quali buon ultima è arrivata l’Unione europea che non ha posto termini al ririto israeliano e che, fin qui, è stata immobile se non complice delle scelte della leadership israeliana. Con l’Onu in macerie, fra l’altro almeno tre volte bersaglio dei raid israeliani. Unico obiettivo dichiarato è quello di «fermare il contrabbadno di armi», naturalmente solo quello illegale per Hamas. Ma se l’offensiva dovesse riprendere e allargarsi, l’enorme e letale carico della Wehr Elbe non resterebbe certo nei depositi statunitensi ma verrebbe probabilmente «trasferito al governo di Israele in una emergenza, previo rimborso». Se Wehr Elbe è davvero attraccata a Taranto vi è la possibilità che essa abbia trasferito il suo carico su una veloce portacontainer che ha lasciato proprio Taranto il 15/1 ed è arrivata ad Ashdot sabato 17. Fermiamo il «contrabbando» di questi carichi di morte prima che sia troppo tardi.

SCHEDA

La Wehr Elbe parte da Sunny Point/Southport il 20 dicembre. La sua velocità massima è di 22 nodi (22 miglia nautiche all’ora) e la velocità di crociera è intorno ai 18 nodi. I segnali satellitari mandati dalla nave la vedono il 28 dicembre al largo di Ceuta, poco oltre lo Stretto di Gibilterra. Da Sunny Point allo Stretto di Gibilterra vi sono circa 3.524 miglia nautiche (6.526 km), che la nave poteva percorrere in circa 8 giorni a 18 nodi di velocità media, a conferma della data succitata. Un’informativa di fonte assicurativa afferma che la Wehr Elbe sarebbe arrivata in primo luogo a Zeebrugge, in Belgio, e si sarebbe poi diretta verso Gibilterra e Astakos. Non c’è conferma indipendente di tale percorso, ma il passaggio da Zeebrugge avrebbe aggiunto più di tre giorni al viaggio e la nave non avrebbe verosimilmente potuto essere vicina a Ceuta il 28 dicembre. I segnali satellitari mostrano poi che la nave, passata Gibilterra, non si dirige verso Ashdod ma direttamente verso Astakos e il 31 dicembre è a circa 150 km dal porto greco. Il primo gennaio è a 4 miglia dal porto e si ferma. Dall’1 all’11 gennaio la nave sembra non sapere che fare e i segnali la danno continuamente in circolo intorno a quell’ultimo punto. Il 12 gennaio tuttavia, alle ore 9, la nave riparte in direzione Sud e passa intorno alla costa meridionale di Cefalonia e alle 12 cambia ancora direzione, puntando dritta verso Nord e il mare Adriatico. Alle alle 15 e 30, ultimo rilievo disponibile (dato che probabilmente ha spento il segnalatore), modifica ancora la rotta in direzione Nord-Ovest. Poi il silenzio. Se davvero il governo greco non avesse mai dato alcun permesso d’attracco ad Astakos, perché il capitano avrebbe portato la nave dritta ad Astakos invece che ad Ashdod? Il noleggio di una tale nave costa in media 18/20 mila dollari al giorno (e probabilmente molto di più per carichi di questo genere), i suoi spostamenti vengono preparati con grande cura e certo non si va alla speraindio. Evidentemente, il Sealift Command aveva per qualche ragione pianificato sin dall’inizio un passaggio da Astakos, probabilmente in congiunzione con le spedizioni previste dai due contratti poi «cancellati» l’8 gennaio. Infine, il fatto che la nave giri in circolo per più di dieci giorni (200 mila dollari aggiuntivi a tariffe normali) potrebbe segnalare che o era in corso una frenetica trattativa tra greci e statunitensi per evitare l’approdo effettivo ad Astakos o si aspettava che arrivassero i container relativi ai contratti «cancellati». L’armatore della Wehr Elbe afferma di non aver concorso per gli altri due contratti. Dovevano dunque arrivare altre navi? O semplicemente il Sealift Command voleva far caricare sulla Wehr Elbe gli ulteriori 325 containers previsti dai due contratti «cancellati»? Dove sono finiti quei 325 container di munizioni che avrebbero dovuto essere caricati ad Astakos? Al porto di Astakos stanno arrivando gruppi dello «Stop the War» greco e forse potrebbero dirci qualcosa in proposito, ma dove sta andando la Wehr Elbe con i suoi 989 containers originali e le 816 tonnellate di esplosivi ad alto potenziale? Senza poter escludere l’approdo in due vicini porti albanesi e montenegrini, la rotta sembrerebbe indicare come possibili destinazioni Brindisi o Taranto. Soprattutto in quest’ultimo la Us Navy e la Nato godono di diritti di approdo esclusivi nell’area portuale e di attrezzature adeguate ad accogliere quella bomba natante. Nessuno, tranne il Sealift Command e certo qualche autorità italiana, sa dove sia attualmente la nave. Forse è già arrivata da qualche parte e aspetta, letteralmente, che si calmino le acque.

a cura di Peter Danssaert, Sergio Finardi, Pavlos Nerantzis, Carlo Tombola e il contributo di Mike Lewis della Omega Foundation

23/12/2008 La grande truffa delle Nazioni Unite: quasi due miliardi di euro dal 1999 ad oggi, circa settecentomila euro al giorno spesi solo dalle Nazioni Unite, ma tra i cittadini della Sierra Leone non se ne è accorto nessuno

dicembre 26, 2008

L’unica cosa che di internazionale ha l’aeroporto di Freetown è un ridicolo pulmino che trasporta i passeggeri nei venti metri che separano l’aeromobile dall’ingresso. Usciti dal minuscolo aeroporto, non si viene avvolti dal tipico caldo umido dei paesi centrafricani. Di più: la Sierra Leone è il paese dove piove di più al mondo. Quattro metri d’acqua all’anno contro i settanta centimetri italiani. Appena fuori dall’aeroporto, una strada sterrata e piena di voragini dovrebbe portare i viaggiatori e i turisti in città. Già, i turisti, perché stando ai cartelloni che si vedono in ogni dove, il turismo dovrebbe essere nelle intenzioni del governo una delle principali fonti di attrazione in questo paese.

Dopo pochi metri, Demba, l’autista del pulmino, non si scompone più che tanto per il fatto che il motore si sia spento e non dia più segni di vita nel mezzo di una pozza d’acqua gigante, rossa come la terra della Sierra Leone, e parecchio profonda. Sospira e sorride ai passanti e ai ciclisti. Nel raggio di un centinaio di metri, tanto permette lo sguardo davanti e dietro, di automobili ferme o mosse ma a spinta ce ne sono altre quattro.

Sarebbe tutto normale, le strade a pezzi, la mancanza di strutture, la mancanza di servizi. In fondo siamo in Africa, e per giunta in un paese africano appena uscito da una guerra devastante. Stanno lì a ricordarcelo in quell’angolo di aeroporto, appena fuori dov’è consentito fumare, i mutilati che chiedono una dignitosa e per nulla insistente carità che non può ripagare braccia e gambe che hanno lasciato all’assurdità di un conflitto durato oltre dieci anni.

Sarebbe tutto normale se la Sierra Leone non fosse stata teatro, oltre che della guerra, anche della più impegnativa missione delle Nazioni Unite mai concepita e realizzata nella storia. Impegnativa, soprattutto dal punto di vista economico. Quasi due miliardi di euro dal 1999 ad oggi, circa settecentomila euro al giorno spesi solo dalle Nazioni Unite, senza contare l’impegno dei singoli paesi, dall’Italia agli Stati Uniti. E le migliaia di Organizzazioni non governative, attirate come api al miele del danaro. Con i loro migliaia di progetti, uffici, logisti, esperti e consulenti di questo e di quello.

Oggi di quelle Ong non ce ne sono quasi più. Perché le Nazioni Unite hanno finito la loro missione, e sono finiti i soldi pubblici assegnati quasi senza controlli. Un fiume di denaro mostruoso che non ha lasciato alcuna traccia. Ma questo non lo si riesce a vedere subito: Free-town ci accoglie con l’accompagnamento di un temporale impressionante, che riduce la visibilità a pochi centimetri. Ma qualcosa si intuisce subito: la missione delle Nazioni Unite, che tanto danaro è costata, non ha lascato nemmeno un collegamento tra l’aeroporto e la città, che dev’essere raggiunta in elicottero, oppure con il servizio di hovercraft che attraversano il golfo portando i nuovi arrivati, finalmente, vicini al centro città.

Freetown, in centro, assomiglia un poco a New Orleans. Non a quella famosa per il blues e le passegiate, ma a quella post alluvione. Le strade sono tutte disfatte, le case cadenti, la povertà strutturale non lascia spazio nemmeno alla fantasia di quei quasi due milioni di abitanti costretti a vivere in una città che, nonostante i settecentomila euro spesi ogni giorno, ancora in gran parte non ha nemmeno l’elettricità.

Mohammed ha venticinque anni. È lui il Caronte che ci traghetta verso l’inferno con cui gli abitanti di Freetown convivono. “Dietro le colline che circondano la capitale, a Bumbuna, dovrebbe presto essere ultimata la costruzione di una centrale elettrica cominciata vent’anni fa. Dovrebbe portare la luce a tutta la città – ci spiega – ma solo durante e subito dopo la stagione delle piogge, quando l’acqua scorre potente. Da quel che dicono chi l’ha progettata non ha tenuto conto del fatto che per sei mesi all’anno non piove. Non ci sono bacini di raccolta. E dunque se non piove, niente luce”. La centrale intermittente è un’opera imponente e ovviamente costosissima, circa duemilacinquecento milioni di euro, costruita dagli italiani.

Ma non manca solo la luce, a Freetown manca anche l’acqua. Nel paese in cui piove di più al mondo, un milione e mezzo di persone sono costrette a lavarsi e a prendere l’acqua per far da mangiare nei tanti fiumiciattoli che attraversano la città. Ma non c’è disperazione, né rabbia in questa miseria. E’ al ritmo del reggae e del calipso che le donne, coperte di stoffe coloratissime e sgargianti, e anche gli uomini vanno a lavare i panni nei rivoli. Quelli più fortunati, in collina, hanno l’acqua pulita. Ma non ci sono fogne e tantomento c’è chi raccoglie la spazzatura. E a valle, dove vive la maggior parte delle persone, verso un mare che potrebbe essere invidiato nelle più gettonate isole tropicali, i panni vengono lavati e le pentole riempite in mezzo al pattume, in quegli stessi rivoli dove, qualche centinaio di metri più su, altri hanno gettato gli avanzi del cibo, l’immondizia di casa e anche pulito le lattrine. Per bere, i ricchi usano le bibite e l’acqua minerale, che costa più della cocacola. Gli altri, comperano l’acqua dai venditori di strada. Sono studenti, di solito, e trasportano sulla testa, sgattaiolando in un traffico di catorci perennemente congestionatoe clacsonante, grandi cesti di sacchettini da circa mezzo litro di acqua fresca che viene venduta per pochi spiccioli.

Proprio vicino al mare c’è uno “stabilimento” dove l’acqua viene imbustata. Decine di donne con grandi mastelli prendono l’acqua che a momenti alterni sgorga dalle tubature dell’acuqedotto di Freetown e la filtrano passandola da un mastello ad un altro, ricoperto da un telo di stoffa che raccoglie le impurità. Le donne sono capitanate da Josef, il boss. “Faccio questo mestere da dieci anni – racconta – e la mia acqua è pulita, la compro da Guma (la società che gestisce l’acquedotto n.d.r.) e la faccio mettere nei sacchetti. Però, anche durante la stagione delle pioggie, l’acqua manca spesso” aggiunge sorridendo tra il rassegnato e il furbo. “Ma da quando ci sono state le elezioni l’acqua c’è sempre, e così anche l’elettricità, dove arriva. E riesco a fare più di quattromila sacchetti al giorno”.

Come Josef, sono in molti a puntare sul dopo-elezioni, vinte da Ernest Koroma, il candidato che ha puntato tutto sulla devastante corruzione del governo che lo aveva preceduto. Per lui si era schierata la società civile di Freetown, a prescindere dai gruppi etnici a cui apparteneva. “Quelli che c’erano prima si sono rubati tutto, speriamo che adesso le cose vadano meglio”, conclude Josef.

Vicino a Waterloo street (tutte le strade di Freetown portano nomi molto british) scorre uno di questi “fiumi” cittadini. Dalla collina scende ripido, a volte allo scoperto a volte entro gigantesche tubature di cemento. Mano a mano che l’acqua si avvicina al mare, è sempre più contaminata. Al punto che, dove ci fermiamo noi, pochi mesi fa la spazzatura ha creato una vera e propria diga, che dopo qualche tempo ha ceduto scaricando sulle poche case e sulle molte baracche circostanti tutto il suo peso. Adesso, intorno a noi stanno piano piano ricostruendo, a colpi di cartone e di qualche lamiera trovata in giro, baracche dove vivere. Stride il contrasto tra le divise dei bambini che vanno e vengono da scuola, per ognuna delle quali c’è un colore distintivo, e lo sporco, il fango, l’odore di malattia che si respira.

Proprio davanti a noi, una cascatella dove gli abitanti della zona vengono a far la doccia. Poi il rigagnolo si snoda lungo la main street di questa improvvisata baraccopoli andando a raccogliere le deiezioni dei suoi abitanti e portando il tutto verso l’oceano, verso altre e se possibile più misere baracche. Al contrario di quel che siamo abituati a vedere dalle nostre parti, a Freetown più ci si avvicina al mare e più si sprofonda nella miseria.

Ma è una miseria strana, quasi felice. Spesso a tempo di musica, certamente molto colorata, disperante più che disperata. Colorata come sono i container che fanno da bar vendendo sacchetti di acqua e bibite calde, come i vestiti di donne uomini e bambini, come i sorrisi che ti accolgono ovunque. Sotto la cascatella, un gruppo di ragazzini gioca nel rigagnolo. Ogni tanto, quando necessario, uno di loro si sottrae al gioco di chi riesce a saltar l’acqua senza bagnarsi e in un cantuccio si mette a far pipì. Che andrà, insieme a qualche cacca, a valle. Una donna ci raggiunge e ci racconta di quando la sua casa è stata spazzata via dalla furia dell’acqua. “Nessuno ci aiuta. Nessuno si occupa di noi. Nessuno si preoccupa del fatto che qui potrebbe essere una strage, se succede un’altra volta che la pattumiera formi una diga”. Poco dopo arriva anche un ragazzo. “Sono il responsabile, qui, sono il capo. Che volete? Che ci fate? Non si possono fare fotografie”. Ci vuole tutta la pazienza e la calma di Mohamed, per spiegare al gruppo di ragazzi che ci circonda che non siamo nemici. E che non siamo, come dice lui, “come quelli che negli anni passati venivano, promettevano tutto, facevano un sacco di domande, e poi sparivano”. “Quelli” erano quelli delle Ong. Venivano, studiavano, costruivano sulla carta i progetti, se li facevano finanziare, e poi via, tutti i pomeriggi e le sere sulla strada che costeggia la bellissima spiaggia di Freetown, ricca, fino a che sono state qui le Nazioni Unite, di ristoranti, night club, bar gestiti perlopiù da libanesi, e frequentati da puttane. Noi vogliamo solo raccontare, spieghiamo. Sperando che qualcuno legga e veda, e magari possa fare qualche cosa per loro. O per tutti gli altri che, come loro, sono stati presi in giro dagli “aiuti umanitari” delle grandi agenzie e delle Ong miliardarie. Ma capiamo in fretta che è meglio andarsene.

In riva al mare, dove un tempo c’era il porto dei pescatori della capitale nella zona della Kroo bay c’è una immensa baraccopoli. Arrivandoci, si viene avvolti da mille profumi: banane mature, pastella fritta, pesce cucinato su improvvisate griglie o fritto, ma anche da mille puzze. Sopra le quali spicca l’odore di Escherichia coli, un batterio che, insieme a quello della salmonella e al vibrione del colera, da queste parti non se la deve passar male. Le baracche sono strettissime l’una all’altra. Salvo nella piazza centrale, dove centinaia di ragazzi si trovano per giocare e fare musica. Mentre si disputano il pallone, il calcio è il gioco nazionale della Sierra Leone, il tramonto disegna i loro muscoli rendendo ancor più inverosimile il contrasto tra il misero e scarsio cibo di cui si nutrono, la sporcizia contaminante che da tutta la città cola verso la loro bidonville e i loro fisici da atleti e da modelle. Tra le baracche, proprio sopra un rigagnolo di fogna a cielo aperto, ne salta agli occhi una che per parete ha un ex sacco di riso arrivato come aiuto umanitario dall’Iraq post-Saddam. Poco più avanti, c’è la casa del dottore. È un medico tradizionale, Murah, e per arrivarci bisogna superare la diffidenza degli abitanti del quartiere e dei suoi collaboratori. Probabilmente siamo i primi bianchi, whiteman, ad essersi spinti fino a casa sua. Pima di essere ricevuti, facciamo in tempo a raggiungere la riva del mare. Andandoci, ci si accorge che gradualmente la terra su cui camminiamo si trasforma in spazzatura: una enorme discarica a cielo aperto per giunta contaminata dai percolati delle fogne e delle discariche che stanno più a monte: la fogna della fogna. Dei maiali si bagnano nell’acqua salmastra e salmonellosa che, solo un centinaio di metri più al largo riesce ancora a sembrare mare. Ma il movimento che si nota non è quello dei maiali, che non portano magliette colorate: sono gli abitanti di Kroo Bay che vengono fin qui a cercare qualcosa di ancora utilizzabile o vendibile in mezzo al liquame.

Nell’oscurità della sua baracca, in una stanzetta di due metri per due senza finestre e con le porte chiuse, Murah ci mostra con orgoglio i suoi diplomi, rilasciati da diversi ministeri della Sierra Leone e della Lilberia. Dietro di lui, una raccolta di audiocassette, stereo portatile e vari strumenti da “stregone”: pezzi di corno, frammenti di ossa, sacchetti di cuoio dall’aria antica. Tutti da queste parti ricorrono alle sue cure, fatte di erbe, corteccie e infusi vari. Ma soprattutto fatte di saggi consigli, come bollire l’acqua prima di usarla per qualsiasi cosa abbia a che fare col corpo e allontanarsi dalle “case” per fare pipì. Tutti ricorrono alle sue cure soprattutto perché in questo paese nessuno può curarsi in ospedale dove tutto è a pagamento, dall’ingresso alle medicine, che devono essere portate da fuori. “Le malattie più diffuse – spiega Murah – sono quele legate all’intestino e allo stomaco. Colera, dissenterie varie. Ma anche la malaria è un problema”. Le statistiche dicono che quasi trecento bambini su mille non arrivano a compiere cinque anni. Ma il sospetto, girando per la capitale e per la Sierra Leone, è che le statistiche siano davvero impossibili da fare, e l’entità del problema sia decisamente maggiore. “Molta gente muore per le cose più stupide – dice ancora il dottore – e le erbe che raccogliamo in questa zona non sono più efficaci per le cure. Quando ci sono emergenze importanti, mando i pazienti negli ospedali. Ma solo per entrare in ospedale ci vogliono quindicimila leoni”. Sono tre euro o poco più, ma il guadagno medio delle famiglie non supera i tre-quattromila leoni al giorno. Viene spontaneo chiedersi perché gli abitanti della Sierra Leone debbano pagare per essere curati, soprattutto dopo essere passati dall’ospedale di Emergency, poco distante dalla capitale, un gioiellino di efficacia ed efficenza del tutto gratuito. Anche perché gli ospedali e le strutture sanitarie sono state pagate con i soldi delle Nazioni Unite. La spiegazione ce la fornisce Ibrahim Korona, studente e tassista: “È la politica della Banca Mondiale, che prevede l’autosostentamento delle strutture. Ma come si può pensare che un ospedale possa autosostenersi? Il diritto alla salute non è uno dei diritti fondamentali dell’uomo?”.

http://it.peacereporter.net/articolo/13364/La+grande+truffa+delle+Nazioni+Unite

Il 9 maggio 1978 moriva Peppino Impastato

settembre 19, 2008

Clip da “I cento passi”(film su Peppino Impastato)

BIOGRAFIA DI GIUSEPPE IMPASTATO
(http://www.peppinoimpastato.com/biografia.htm)
Nasce a Cinisi il 5 gennaio 1948 da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato. La famiglia Impastato è bene inserita negli ambienti mafiosi locali: si noti che una sorella di Luigi ha sposato il capomafia Cesare Manzella, considerato uno dei boss che individuarono nei traffici di droga il nuovo terreno di accumulazione di denaro. Frequenta il Liceo Classico di Partinico ed appartiene a quegli anni il suo avvicinamento alla politica, particolarmente al PSIUP, formazione politica nata dopo l’ingresso del PSI nei governi di centro-sinistra. Assieme ad altri giovani fonda un giornale, “L’Idea socialista” che, dopo alcuni numeri, sarà sequestrato: di particolare interesse un servizio di Peppino sulla “Marcia della protesta e della pace” organizzata da Danilo Dolci nel marzo del 1967: il rapporto con Danilo, sia pure episodico, lascia un notevole segno nella formazione politica di Peppino. In una breve nota biografica Peppino scrive:
“Arrivai alla politica nel lontano novembre del ’65, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. E’ riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva e compromettere definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia soggettività. Approdai al PSIUP con la rabbia e la disperazione di chi, al tempo stesso, vuole rompere tutto e cerca protezione. Creammo un forte nucleo giovanile, fondammo un giornale e un movimento d’opinione, finimmo in tribunale e su tutti i giornali. Lasciai il PSIUP due anni dopo, quando d’autorità fu sciolta la Federazione Giovanile. Erano i tempi della rivoluzione culturale e del “Che”. Il ’68 mi prese quasi alla sprovvista. Partecipai disordinatamente alle lotte studentesche e alle prime occupazioni. Poi l’adesione, ancora na volta su un piano più emozionale che politico, alle tesi di uno dei tanti gruppi marxisti-leninisti, la Lega. Le lotte di Punta Raisi e lo straordinario movimento di massa che si è riusciti a costruirvi attorno. E’ stato anche un periodo, delle dispute sul partito e sulla concezione e costruzione del partito: un momento di straordinario e affascinante processo di approfondimento teorico. Alla fine di quell’anno l’adesione ad uno dei due tronconi, quello maggioritario, del PCD’I ml.- il bisogno di un minimo di struttura organizzativa alle spalle (bisogno di protezione ), è stato molto forte. Passavo, con continuità ininterrotta da fasi di cupa disperazione a momenti di autentica esaltazione e capacità creativa: la costruzione di un vastissimo movimento d’opinione a livello giovanile, il proliferare delle sedi di partito nella zona, le prime esperienze di lotta di quartiere, stavano lì a dimostrarlo. Ma io mi allontanavo sempre più dalla realtà, diventava sempre più difficile stabilire un rapporto lineare col mondo esterno, mi racchiudevo sempre più in me stesso. Mi caratterizzava sempre più una grande paura di tutto e di tutti e al tempo stesso una voglia quasi incontrollabile di aprirmi e costruire. Da un mese all’altro, da una settimana all’altra, diventava sempre più difficile riconoscermi. Per giorni e giorni non parlavo con nessuno, poi ritornavo a gioire, a riproporre: vivevo in uno stato di incontrollabile schizofrenia. E mi beccai i primi ammonimenti e la prima sospensione dal partito. Fui anche trasferito in un. altro posto a svolgere attività, ma non riuscii a resistere per più di una settimana: mi fu anche proposto di trasferirmi a Palermo, al Cantiere Navale: un pò di vicinanza con la Classe mi avrebbe giovato. Avevano ragione, ma rifiutai.Mi trascinai in seguito, per qualche mese, in preda all’alcool, sino alla primavera del ’72 ( assassinio di Feltrinelli e campagna per le elezioni politiche anticipate ). Aderii, con l’entusiasmo che mi ha sempre caratterizzato, alla proposta del gruppo del “Manifesto”: sentivo il bisogno di garanzie istituzionali: mi beccai soltanto la cocente delusione della sconfitta elettorale. Furono mesi di delusione e disimpegno: mi trovavo, di fatto, fuori dalla politica. Autunno ’72. Inizia la sua attività il Circolo Ottobre a Palermo, vi aderisco e do il mio contributo. Mi avvicino a “Lotta Continua” e al suo processo di revisione critica delle precedenti posizioni spontaneistiche, particolarmente in rapporto ai consigli: una problematico che mi aveva particolarmente affascinato nelle tesi del “Manifesto” Conosco Mauro Rostagno : è un episodio centrale nella mia vita degli ultimi anni. Aderisco a “Lotta Continua” nell’estate del ’73, partecipo a quasi tutte le riunioni di scuola-quadri dell’organizzazione, stringo sempre più o rapporti con Rostagno: rappresenta per me un compagno che mi dà garanzie e sicurezza: comincio ad aprirmi alle sue posizioni libertarie, mi avvicino alla problematica renudista. Si riparte con l’iniziativa politica a Cinisi, si apre una sede e si dà luogo a quella meravigliosa, anche se molto parziale, esperienza di organizzazione degli edili. L’inverno è freddo, la mia disperazione è tiepida. Parto militare: è quel periodo, peraltro molto breve, il termometro del mio stato emozionale: vivo 110 giorni di continuo stato di angoscia e in preda alla più incredibile mania di persecuzione ”
Nel 1975 organizza il Circolo “Musica e Cultura”, un’associazione che promuove attività culturali e musicali e che diventa il principale punto di riferimento por i giovani di Cinisi. All’interno del Circolo trovano particolare spazio ìl “Collettivo Femminista” e il “Collettivo Antinucleare” Il tentativo di superare la crisi complessiva dei gruppi che si ispiravano alle idee della sinistra “rivoluzionaria” , verificatasi intorno al 1977 porta Giuseppe Impastato e il suo gruppo alla realizzazione di Radio Aut, un’emittente autofinanziata che indirizza i suoi sforzi e la sua scelta nel campo della controinformazione e soprattutto in quello della satira nei confronti della mafia e degli esponenti della politica locale. Nel 1978 partecipa con una lista che ha il simbolo di Democrazia Proletaria, alle elezioni comunali a Cinisi. Viene assassinato il 9 maggio 1978, qualche giorno prima delle elezioni e qualche giorno dopo l’esposizione di una documentata mostra fotografica sulla devastazione del territorio operata da speculatori e gruppi mafiosi: il suo corpo è dilaniato da una carica di tritolo posta sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani. Le indagini sono, in un primo tempo orientate sull’ipotesi di un attentato terroristico consumato dallo stesso Impastato, o, in subordine, di un suicidio “eclatante”.
Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decide l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei “corleonesi”. Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi. Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto. Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Salvatore Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta viene formalmente riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. Il 10 marzo 1999 si svolge l’udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata. I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta. Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinuncia alla udienza preliminare e chiede il giudizio immediato. Nell’udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell’Ordine dei giornalisti.
Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si è costituito un Comitato sul caso Impastato e il 6 Dicembre 2000 è stata approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini.
Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo. Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti.
Il 7 dicembre 2004 è morta Felicia Bartolotta, madre di Peppino.

Clip da “I cento passi”(film su Peppino Impastato)

Scuola di ASINI [Petizione]

giugno 27, 2008

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OGGETTO: Troppi tagli…

TESTO: Vogliamo più soldi alla scuola pubblica!