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23/12/2008 La grande truffa delle Nazioni Unite: quasi due miliardi di euro dal 1999 ad oggi, circa settecentomila euro al giorno spesi solo dalle Nazioni Unite, ma tra i cittadini della Sierra Leone non se ne è accorto nessuno

dicembre 26, 2008

L’unica cosa che di internazionale ha l’aeroporto di Freetown è un ridicolo pulmino che trasporta i passeggeri nei venti metri che separano l’aeromobile dall’ingresso. Usciti dal minuscolo aeroporto, non si viene avvolti dal tipico caldo umido dei paesi centrafricani. Di più: la Sierra Leone è il paese dove piove di più al mondo. Quattro metri d’acqua all’anno contro i settanta centimetri italiani. Appena fuori dall’aeroporto, una strada sterrata e piena di voragini dovrebbe portare i viaggiatori e i turisti in città. Già, i turisti, perché stando ai cartelloni che si vedono in ogni dove, il turismo dovrebbe essere nelle intenzioni del governo una delle principali fonti di attrazione in questo paese.

Dopo pochi metri, Demba, l’autista del pulmino, non si scompone più che tanto per il fatto che il motore si sia spento e non dia più segni di vita nel mezzo di una pozza d’acqua gigante, rossa come la terra della Sierra Leone, e parecchio profonda. Sospira e sorride ai passanti e ai ciclisti. Nel raggio di un centinaio di metri, tanto permette lo sguardo davanti e dietro, di automobili ferme o mosse ma a spinta ce ne sono altre quattro.

Sarebbe tutto normale, le strade a pezzi, la mancanza di strutture, la mancanza di servizi. In fondo siamo in Africa, e per giunta in un paese africano appena uscito da una guerra devastante. Stanno lì a ricordarcelo in quell’angolo di aeroporto, appena fuori dov’è consentito fumare, i mutilati che chiedono una dignitosa e per nulla insistente carità che non può ripagare braccia e gambe che hanno lasciato all’assurdità di un conflitto durato oltre dieci anni.

Sarebbe tutto normale se la Sierra Leone non fosse stata teatro, oltre che della guerra, anche della più impegnativa missione delle Nazioni Unite mai concepita e realizzata nella storia. Impegnativa, soprattutto dal punto di vista economico. Quasi due miliardi di euro dal 1999 ad oggi, circa settecentomila euro al giorno spesi solo dalle Nazioni Unite, senza contare l’impegno dei singoli paesi, dall’Italia agli Stati Uniti. E le migliaia di Organizzazioni non governative, attirate come api al miele del danaro. Con i loro migliaia di progetti, uffici, logisti, esperti e consulenti di questo e di quello.

Oggi di quelle Ong non ce ne sono quasi più. Perché le Nazioni Unite hanno finito la loro missione, e sono finiti i soldi pubblici assegnati quasi senza controlli. Un fiume di denaro mostruoso che non ha lasciato alcuna traccia. Ma questo non lo si riesce a vedere subito: Free-town ci accoglie con l’accompagnamento di un temporale impressionante, che riduce la visibilità a pochi centimetri. Ma qualcosa si intuisce subito: la missione delle Nazioni Unite, che tanto danaro è costata, non ha lascato nemmeno un collegamento tra l’aeroporto e la città, che dev’essere raggiunta in elicottero, oppure con il servizio di hovercraft che attraversano il golfo portando i nuovi arrivati, finalmente, vicini al centro città.

Freetown, in centro, assomiglia un poco a New Orleans. Non a quella famosa per il blues e le passegiate, ma a quella post alluvione. Le strade sono tutte disfatte, le case cadenti, la povertà strutturale non lascia spazio nemmeno alla fantasia di quei quasi due milioni di abitanti costretti a vivere in una città che, nonostante i settecentomila euro spesi ogni giorno, ancora in gran parte non ha nemmeno l’elettricità.

Mohammed ha venticinque anni. È lui il Caronte che ci traghetta verso l’inferno con cui gli abitanti di Freetown convivono. “Dietro le colline che circondano la capitale, a Bumbuna, dovrebbe presto essere ultimata la costruzione di una centrale elettrica cominciata vent’anni fa. Dovrebbe portare la luce a tutta la città – ci spiega – ma solo durante e subito dopo la stagione delle piogge, quando l’acqua scorre potente. Da quel che dicono chi l’ha progettata non ha tenuto conto del fatto che per sei mesi all’anno non piove. Non ci sono bacini di raccolta. E dunque se non piove, niente luce”. La centrale intermittente è un’opera imponente e ovviamente costosissima, circa duemilacinquecento milioni di euro, costruita dagli italiani.

Ma non manca solo la luce, a Freetown manca anche l’acqua. Nel paese in cui piove di più al mondo, un milione e mezzo di persone sono costrette a lavarsi e a prendere l’acqua per far da mangiare nei tanti fiumiciattoli che attraversano la città. Ma non c’è disperazione, né rabbia in questa miseria. E’ al ritmo del reggae e del calipso che le donne, coperte di stoffe coloratissime e sgargianti, e anche gli uomini vanno a lavare i panni nei rivoli. Quelli più fortunati, in collina, hanno l’acqua pulita. Ma non ci sono fogne e tantomento c’è chi raccoglie la spazzatura. E a valle, dove vive la maggior parte delle persone, verso un mare che potrebbe essere invidiato nelle più gettonate isole tropicali, i panni vengono lavati e le pentole riempite in mezzo al pattume, in quegli stessi rivoli dove, qualche centinaio di metri più su, altri hanno gettato gli avanzi del cibo, l’immondizia di casa e anche pulito le lattrine. Per bere, i ricchi usano le bibite e l’acqua minerale, che costa più della cocacola. Gli altri, comperano l’acqua dai venditori di strada. Sono studenti, di solito, e trasportano sulla testa, sgattaiolando in un traffico di catorci perennemente congestionatoe clacsonante, grandi cesti di sacchettini da circa mezzo litro di acqua fresca che viene venduta per pochi spiccioli.

Proprio vicino al mare c’è uno “stabilimento” dove l’acqua viene imbustata. Decine di donne con grandi mastelli prendono l’acqua che a momenti alterni sgorga dalle tubature dell’acuqedotto di Freetown e la filtrano passandola da un mastello ad un altro, ricoperto da un telo di stoffa che raccoglie le impurità. Le donne sono capitanate da Josef, il boss. “Faccio questo mestere da dieci anni – racconta – e la mia acqua è pulita, la compro da Guma (la società che gestisce l’acquedotto n.d.r.) e la faccio mettere nei sacchetti. Però, anche durante la stagione delle pioggie, l’acqua manca spesso” aggiunge sorridendo tra il rassegnato e il furbo. “Ma da quando ci sono state le elezioni l’acqua c’è sempre, e così anche l’elettricità, dove arriva. E riesco a fare più di quattromila sacchetti al giorno”.

Come Josef, sono in molti a puntare sul dopo-elezioni, vinte da Ernest Koroma, il candidato che ha puntato tutto sulla devastante corruzione del governo che lo aveva preceduto. Per lui si era schierata la società civile di Freetown, a prescindere dai gruppi etnici a cui apparteneva. “Quelli che c’erano prima si sono rubati tutto, speriamo che adesso le cose vadano meglio”, conclude Josef.

Vicino a Waterloo street (tutte le strade di Freetown portano nomi molto british) scorre uno di questi “fiumi” cittadini. Dalla collina scende ripido, a volte allo scoperto a volte entro gigantesche tubature di cemento. Mano a mano che l’acqua si avvicina al mare, è sempre più contaminata. Al punto che, dove ci fermiamo noi, pochi mesi fa la spazzatura ha creato una vera e propria diga, che dopo qualche tempo ha ceduto scaricando sulle poche case e sulle molte baracche circostanti tutto il suo peso. Adesso, intorno a noi stanno piano piano ricostruendo, a colpi di cartone e di qualche lamiera trovata in giro, baracche dove vivere. Stride il contrasto tra le divise dei bambini che vanno e vengono da scuola, per ognuna delle quali c’è un colore distintivo, e lo sporco, il fango, l’odore di malattia che si respira.

Proprio davanti a noi, una cascatella dove gli abitanti della zona vengono a far la doccia. Poi il rigagnolo si snoda lungo la main street di questa improvvisata baraccopoli andando a raccogliere le deiezioni dei suoi abitanti e portando il tutto verso l’oceano, verso altre e se possibile più misere baracche. Al contrario di quel che siamo abituati a vedere dalle nostre parti, a Freetown più ci si avvicina al mare e più si sprofonda nella miseria.

Ma è una miseria strana, quasi felice. Spesso a tempo di musica, certamente molto colorata, disperante più che disperata. Colorata come sono i container che fanno da bar vendendo sacchetti di acqua e bibite calde, come i vestiti di donne uomini e bambini, come i sorrisi che ti accolgono ovunque. Sotto la cascatella, un gruppo di ragazzini gioca nel rigagnolo. Ogni tanto, quando necessario, uno di loro si sottrae al gioco di chi riesce a saltar l’acqua senza bagnarsi e in un cantuccio si mette a far pipì. Che andrà, insieme a qualche cacca, a valle. Una donna ci raggiunge e ci racconta di quando la sua casa è stata spazzata via dalla furia dell’acqua. “Nessuno ci aiuta. Nessuno si occupa di noi. Nessuno si preoccupa del fatto che qui potrebbe essere una strage, se succede un’altra volta che la pattumiera formi una diga”. Poco dopo arriva anche un ragazzo. “Sono il responsabile, qui, sono il capo. Che volete? Che ci fate? Non si possono fare fotografie”. Ci vuole tutta la pazienza e la calma di Mohamed, per spiegare al gruppo di ragazzi che ci circonda che non siamo nemici. E che non siamo, come dice lui, “come quelli che negli anni passati venivano, promettevano tutto, facevano un sacco di domande, e poi sparivano”. “Quelli” erano quelli delle Ong. Venivano, studiavano, costruivano sulla carta i progetti, se li facevano finanziare, e poi via, tutti i pomeriggi e le sere sulla strada che costeggia la bellissima spiaggia di Freetown, ricca, fino a che sono state qui le Nazioni Unite, di ristoranti, night club, bar gestiti perlopiù da libanesi, e frequentati da puttane. Noi vogliamo solo raccontare, spieghiamo. Sperando che qualcuno legga e veda, e magari possa fare qualche cosa per loro. O per tutti gli altri che, come loro, sono stati presi in giro dagli “aiuti umanitari” delle grandi agenzie e delle Ong miliardarie. Ma capiamo in fretta che è meglio andarsene.

In riva al mare, dove un tempo c’era il porto dei pescatori della capitale nella zona della Kroo bay c’è una immensa baraccopoli. Arrivandoci, si viene avvolti da mille profumi: banane mature, pastella fritta, pesce cucinato su improvvisate griglie o fritto, ma anche da mille puzze. Sopra le quali spicca l’odore di Escherichia coli, un batterio che, insieme a quello della salmonella e al vibrione del colera, da queste parti non se la deve passar male. Le baracche sono strettissime l’una all’altra. Salvo nella piazza centrale, dove centinaia di ragazzi si trovano per giocare e fare musica. Mentre si disputano il pallone, il calcio è il gioco nazionale della Sierra Leone, il tramonto disegna i loro muscoli rendendo ancor più inverosimile il contrasto tra il misero e scarsio cibo di cui si nutrono, la sporcizia contaminante che da tutta la città cola verso la loro bidonville e i loro fisici da atleti e da modelle. Tra le baracche, proprio sopra un rigagnolo di fogna a cielo aperto, ne salta agli occhi una che per parete ha un ex sacco di riso arrivato come aiuto umanitario dall’Iraq post-Saddam. Poco più avanti, c’è la casa del dottore. È un medico tradizionale, Murah, e per arrivarci bisogna superare la diffidenza degli abitanti del quartiere e dei suoi collaboratori. Probabilmente siamo i primi bianchi, whiteman, ad essersi spinti fino a casa sua. Pima di essere ricevuti, facciamo in tempo a raggiungere la riva del mare. Andandoci, ci si accorge che gradualmente la terra su cui camminiamo si trasforma in spazzatura: una enorme discarica a cielo aperto per giunta contaminata dai percolati delle fogne e delle discariche che stanno più a monte: la fogna della fogna. Dei maiali si bagnano nell’acqua salmastra e salmonellosa che, solo un centinaio di metri più al largo riesce ancora a sembrare mare. Ma il movimento che si nota non è quello dei maiali, che non portano magliette colorate: sono gli abitanti di Kroo Bay che vengono fin qui a cercare qualcosa di ancora utilizzabile o vendibile in mezzo al liquame.

Nell’oscurità della sua baracca, in una stanzetta di due metri per due senza finestre e con le porte chiuse, Murah ci mostra con orgoglio i suoi diplomi, rilasciati da diversi ministeri della Sierra Leone e della Lilberia. Dietro di lui, una raccolta di audiocassette, stereo portatile e vari strumenti da “stregone”: pezzi di corno, frammenti di ossa, sacchetti di cuoio dall’aria antica. Tutti da queste parti ricorrono alle sue cure, fatte di erbe, corteccie e infusi vari. Ma soprattutto fatte di saggi consigli, come bollire l’acqua prima di usarla per qualsiasi cosa abbia a che fare col corpo e allontanarsi dalle “case” per fare pipì. Tutti ricorrono alle sue cure soprattutto perché in questo paese nessuno può curarsi in ospedale dove tutto è a pagamento, dall’ingresso alle medicine, che devono essere portate da fuori. “Le malattie più diffuse – spiega Murah – sono quele legate all’intestino e allo stomaco. Colera, dissenterie varie. Ma anche la malaria è un problema”. Le statistiche dicono che quasi trecento bambini su mille non arrivano a compiere cinque anni. Ma il sospetto, girando per la capitale e per la Sierra Leone, è che le statistiche siano davvero impossibili da fare, e l’entità del problema sia decisamente maggiore. “Molta gente muore per le cose più stupide – dice ancora il dottore – e le erbe che raccogliamo in questa zona non sono più efficaci per le cure. Quando ci sono emergenze importanti, mando i pazienti negli ospedali. Ma solo per entrare in ospedale ci vogliono quindicimila leoni”. Sono tre euro o poco più, ma il guadagno medio delle famiglie non supera i tre-quattromila leoni al giorno. Viene spontaneo chiedersi perché gli abitanti della Sierra Leone debbano pagare per essere curati, soprattutto dopo essere passati dall’ospedale di Emergency, poco distante dalla capitale, un gioiellino di efficacia ed efficenza del tutto gratuito. Anche perché gli ospedali e le strutture sanitarie sono state pagate con i soldi delle Nazioni Unite. La spiegazione ce la fornisce Ibrahim Korona, studente e tassista: “È la politica della Banca Mondiale, che prevede l’autosostentamento delle strutture. Ma come si può pensare che un ospedale possa autosostenersi? Il diritto alla salute non è uno dei diritti fondamentali dell’uomo?”.

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All’ombra della svastica

dicembre 26, 2008

Reportage sui nuovi skinhead russi
Dal nostro inviato
Luca Galassi

Mosca, 20 febbraio. Provo ad aprire la mano per stringere la sua, ma non faccio in tempo. Un breve contatto e le sue dita aperte scorrono sotto il mio avambraccio per chiudersi quasi all’altezza del gomito. D’istinto, anche le mie premono sul suo gomito, e il gesto è quasi simultaneo. Metropolitana Tretiakovskaya, cuore di Mosca, sette di sera. Come Sergei, anche gli altri adolescenti, giunti con qualche minuto di ritardo all’appuntamento stabilito, si presentano a me con lo stesso rituale saluto, in un reciproco impugnarsi l’avambraccio. Hanno il cranio rasato e l’abbigliamento conforme ai dettami della loro sub-cultura: pantaloni con i risvolti in fondo, a mostrare gli anfibi lucidi, fibbie con svastiche e croci celtiche, tatuaggi, catenine di metallo che escono dalle tasche, piercing. Sono i giovani esemplari della nuova generazione russa di skinhead.

Sergei, giovane skinheadDelitti razziali. ‘Paièhali’, fa Sergei. ‘Andiamo’, e ci mettiamo in marcia verso il luogo dell’‘incontro’. Un luogo che fino ad ora mi è stato tenuto segreto. Mentre seguo i loro passi sulla neve fresca non posso che pensare al mio volto. Per tentare di dissimulare le mie chiare origini caucasiche ho provato a radermi. Ma so che non basterà certo questo a mettermi al riparo da qualche sguardo sospettoso, se non da eventuali, spiacevoli sorprese. Nel solo mese di gennaio, secondo i dati dell’organizzazione di monitoraggio indipendente ‘Sova’, i delitti a sfondo razziale in Russia sono stati tredici. Metà sono stati commessi a Mosca. Si ammazzano i ceceni, gli azeri, i kazaki, i tagiki, gli armeni, i georgiani. Si ammazzano i caucasici, appunto. I ‘culi neri’, come qui li chiamano quelli che li disprezzano. Li ammazzano gli skinhead. Appunto.

L’ingresso della fondazione per la cultura slavaRevival slavo. La sorpresa, a prima vista, è invece piacevole: un palazzo ottocentesco ben curato e illuminato, di colore giallo ocra, con gli stucchi bianchi e i tendoni amaranto. La scritta rossa sul cancello recita: ‘Fondazione per la conservazione della cultura slava’. E’ uno degli istituti – mi viene detto – più onorati e finanziati del Paese. Specie da quando i russi, riavutisi dal collasso economico, dallo smarrimento sociale e dal trauma psicologico seguito alla dissoluzione dell’impero, si sono riscoperti russi. L’ascesa al potere di Putin si è accompagnata a una nuova ondata di nazionalismo, e la retorica anti-occidentale dell’ex presidente ha alimentato una frenetica riscoperta dei simboli, delle istituzioni e della cultura slava. In questo rinascimento identitario è stata la chiesa ortodossa a farsi veicolo della coscienza e dell’orgoglio nazionale. Infatti: dopo che il guardarobiere all’ingresso, incurante della provenienza e dell’abbigliamento degli ospiti, ha raccolto i giubbotti, vengo introdotto in un’ampio salone e presentato a un pope, un prete ortodosso. Gli otto ragazzi e le quattro ragazze skinhead si siedono attorno a un enorme tavolo circolare.

La predica di padre PavelLa fede che purifica. Padre Pavel, occhi azzurri e barba folta, lunga fino al petto, comincia così il suo informale sermone: “Preparatevi a difendere la vostra madrepatria”. La predica abbonda di metafore, riferimenti storici, richiami al mito. Come un maestro di scuola media con i propri allievi, dopo l’esposizione di ogni concetto, il religioso fa una pausa per verificare la loro attenzione. Li scruta, uno ad uno, mentre procede nell’opera di indottrinamento. “Bisogna pregare, perché è nella fede che si trova l’antidoto al male. La fede può salvarvi da ogni peccato”. Qualcuno sghignazza, altri si lanciano occhiate complici. I più attenti hanno lo sguardo sostenuto, le braccia conserte e i tatuaggi in bella vista. “Solo con la preghiera l’animo si può purificare”. Pone anche domande, padre Pavel: “Perché bisogna difendere la nostra madrepatria?”. “Per evitare le invasioni, le aggressioni che minacciano il Paese”, gli viene risposto. “Durante il periodo imperiale – continua il sacerdote – il crimine più grave era quello contro la fede ortodossa. Sappiate che anche oggi il nostro Paese sta subendo un’occupazione. Anche oggi la fede e la nazione sono minacciate. E poiché la fede è lo spirito della nazione, può essere necessario difenderla anche con la spada. Ma se non potete combattere contro il male, almeno non dovrete prendervi parte”.
Il salone dell’istitutoEbrei e musulmani. Le allegorie a volte lasciano il posto ad allusioni ben precise, e il ‘male’ prende progressivamente forma, incarnandosi non più in un generico nemico esterno, ma in qualcosa dalla fisionomia ben più concreta: “Guardate i musulmani cos’hanno fatto ai nostri fratelli, prigionieri in Afghanistan e in Cecenia. Come si può torturare e uccidere in nome di Dio? Le moschee stanno spuntando come funghi in Russia. Se non combattiamo questa pericolosa tendenza, un giorno ci sveglieremo e la Russia sarà musulmana”. Poi, nuovamente, un appello alla fede e alla preghiera: “Solo con l’aiuto della fede ci si può salvare. Le preghiere purificano e difendono l’uomo in battaglia. Conoscete la storia di quel soldato russo che, nella Seconda guerra mondiale, pregò tutta la notte e il giorno successivo riuscì a uccidere in battaglia diciannove tedeschi, e senza sprecare un proiettile?”.
Svastica tribaleLa difesa della patria. “Padre, ma allora uccidere è o no peccato?”. “Poiché la vita non è perfetta – dice il pope, evitando sempre di rispondere direttamente alla domanda – a volte bisogna impugnare la spada e punire. Ricordate però che il miglior modo per difendere la nostra terra dai colonizzatori è quella di purificare le loro anime con la fede”. “Padre – fa uno – abbiamo diritto all’estremismo in casa nostra?”. “Dato che non è possibile cacciare definitivamente gli scarafaggi di casa – senza ovviamente citare chi siano gli scarafaggi – allora è necessario tenere pulita la casa. Ricordate anche – a degna conclusione del ragionamento – che l’ebraismo è come il satanismo. La sopravvivenza della madrepatria dipende da voi”. Qualche secondo di pausa e, prima che il discorso termini, estraggo la macchina fotografica dallo zaino. Improvvisamente i ragazzi si agitano. Alcuni si coprono il volto, altri mi fanno cenno di ‘no’ con la mano. Il padre continua imperturbabile a parlare, mentre mi allontano per evitare primi piani indesiderati. Riesco a cogliere solo alcune immagini d’insieme.
Fibbia della WehrmachtWehrmacht originale. Padre Pavel ha finito. Uno dei ragazzi, arrivato nel salone quando l’incontro era già iniziato da un pezzo, mi si avvicina: ‘Giurnalist?’. ‘Sì’, faccio io. In un gesto di spavalda vanteria si alza la felpa e mi mostra un tatuaggio con la bandiera russa, sotto la quale c’è scritto ‘russo’ come un marchio di fabbrica. La fibbia della cintura è originale, dice, apparteneva a un ufficiale della Wehrmacht, l’esercito nazista. A ruota, anche gli altri scoprono il petto, le braccia, i polpacci per mostrarmi i loro tatuaggi. Una ragazza ha la fibbia con la croce celtica, un’altra una svastica con decorazioni tribali sulla gamba. Quello che si è scoperto per primo si chiama Igor, ha 28 anni ed è il capo dei giovani di Slavianskiy Soyuz (Unione slava), l’organizzazione neo-nazista che mi ha fornito il contatto con Sergei e consentito di partecipare all’incontro con padre Pavel. “Sarò uno skinhead fino alla morte”, esclama Igor, con la voce rauca. “Sono membro dell’organizzazione da un anno circa. Cercavo un movimento che fosse in grado di arrestare il declino del nostro Paese. E l’ho trovato in Slavianskiy Soyuz”.
Il tatuaggio di Igor: ‘russo’Supremazia ariana. Prendete parte a pestaggi e omicidi di stranieri? “Io personalmente non mi batto più in strada. Ma se vedo uno straniero che si comporta male verso un cittadino russo, allora certo che difendo il mio connazionale”. Saprò più tardi che il suo predecessore è stato condannato a dodici anni per omicidio. Sergei, invece, di anni ne ha 21. Sa come imporre il suo credo, basato su rispetto e onore: “Quando mi trovo in strada, se uno non ci sente a parole, uso le mani. Io, quando un ceceno o un daghestano dice a una nostra donna ‘Vieni qui, bella figa’, mi sento personalmente insultato. Così come mi offende vedere una nostra donna che esce con un caucasico, quelli pieni di soldi, coi macchinoni. Quelli arroganti. Non considero russi i loro bambini. Noi facciamo quello che la polizia non fa”. “Siamo per la razza ariana”, lo interrompe uno, a cui fa eco una ragazza poco più che maggiorenne: “Siamo per la supremazia dei bianchi”. Lo dice con un sorriso, spalleggiata dagli altri, che si mettono in posa per una foto con il braccio alzato. Sorridono tutti, mentre fanno il saluto fascista. Come se fosse un gioco. Quale sarà la reazione di questi adolescenti alle parole di padre Pavel? Cosa faranno una volta che si troveranno davanti il ‘male’?

Saluto romanoL’ideologo. Sono venuto qui per avere un’idea di chi fossero i militanti skinhead di Slavianskiy Soyuz, due parole le cui iniziali formano un inquietante accostamento. Mi ci ha mandato il capo del movimento in persona: giorni prima aveva accettato un’intervista dopo che, sul suo sito, avevo trovato il suo numero di cellulare. Si chiama Dimitry Demushkin, e non immaginavo sarebbe stato tanto facile contattarlo. L’idea che mi ero fatto era di un soggetto che agisce in totale clandestinità, ricercato dalla polizia e perseguitato dalla legge, in quanto leader di un’organizzazione che esalta la superiorità bianca e incita al razzismo. E che, per di più, ha visto un centinaio di suoi membri incarcerati, 40 dei quali nella sola Mosca, perché accusati di svariati omicidi a sfondo etnico. “Rigettiamo categoricamente ogni accusa”, ha esordito quando ci ha accolto nel suo ufficio, in un caseggiato anonimo fuori della metro Kolomenskaya, poco più a sud del centro. Il locale è disadorno, due scrivanie da un lato, alcuni scatoloni, pacchi e depliant sparsi qua e là, un mobile-libreria in legno nero sul quale troneggia una collezione di icone ortodosse. Per rendere l’ambiente più idoneo all’occasione, un collaboratore di Demushkin tira fuori una bandiera rossa con la scritta Slavianskiy Soyuz e l’appende al muro.
Demushkin con un collaboratoreNazionalsocialismo russo. Il leader di Ss non guarda mai negli occhi quando risponde alle domande. E’ uno skinhead anche lei? “Lo sono stato. Ho fondato io il primo gruppo organizzato di skinhead russi, il Beye Bulldogi (Bulldog Bianchi), agli inizi degli anni ’90”. Cosa vuol dire essere skinhead? “Partecipare a una sottocultura di protesta giovanile che si sta sviluppando in una forma molto attiva”. Come è nato il suo movimento? “Da una scheggia di Unità Nazionale Russa (partito e formazione paramilitare di estrema destra al bando, ndr)”. Ci spiega in cosa consiste, qual è la sua ideologia, quanti membri ha? “Non è possibile fare stime precise. Anche se i membri attivi non sono molti, la nostra capacità di influenza è abbastanza estesa, anche tra soggetti eterogenei. Un gruppo musicale che si chiama Zyklon B, per esempio, ha un fan club di circa un centinaio di persone. Non sono membri, ma ‘simpatizzano’ per noi. Un altro gruppo di simpatizzanti di Ss è costituita dai capi delle bande di bikers (motociclisti, ndr). In Russia, Ss è il gruppo nazionalsocialista più influente. Alcuni membri del governo e del parlamento condividono la nostra ideologia, così come sportivi, scienziati, intellettuali. Dal ’99 la nostra posizione è rimasta intransigente, rigorosa, dal punto di vista ideologico. Siamo per la tutela della lingua, della cultura e dell’unità del popolo slavo. Siamo una formazione nazional-socialista, che ha profondi legami con la religione ortodossa. La finalità della nostra organizzazione è la propaganda, con tutti i mezzi possibili”. Quanti siete? “Circa cinquemila”. Quaranta dei quali sono finiti in carcere. “Quelli finiti in carcere hanno agito per conto proprio. Noi rigettiamo categoricamente ogni accusa”. Per cosa sono stati condannati? “Per estremismo, percosse, incitamento all’odio etnico, omicidio, terrorismo e altro”. Quindi lei non si sente responsabile della campagna di odio, dei pestaggi e degli omicidi commessi dagli estremisti di Ss in questi anni? “No, assolutamente. Chi ha commesso questi delitti ha agito non in nome dell’organizzazione, ma stravolgendo il suo credo ideologico. Quando non possono condannare l’organizzazione, cercano di condannare i singoli membri.”. Che lavoro fa? “Un po’ di tutto. Organizzo concerti, festival, corse motociclistiche, eventi sportivi. Adesso stiamo preparando il campionato mondiale di lotta senza regole. Mi interessa il mondo informale, quello che succede nelle strade. Mi interssa la cultura alternativa”.
Dmitry DemushkinLa denuncia della Politkovskaya. Mi congedo con una stretta di mano neutra, che nulla ha a che fare con il saluto dei giovani skinhead che avrei ‘imparato’ qualche giorno dopo. In apparenza, quest’uomo potrebbe essere un banale impiegato, che lavora in un ufficio banale e fa un lavoro banale. Eppure, sul suo sito, http://www.demushkin.com, fino allo scorso anno comparivano svastiche, link a siti di skinhead, braccia levate nel saluto romano, e un manuale dal titolo ‘Nazional-socialismo mistico: 1488 parole’. L’88 è il saluto nazista (Heil Hitler, essendo la ‘H’ l’ottava lettera dell’alfabeto), le 14 parole sono: “Noi dobbiamo assicurare l’esistenza del nostro popolo e il futuro per i bambini bianchi”. Lo stesso Demushkin fu arrestato nel 2006 in relazione a un attentato a una moschea, dove una bomba esplose senza provocare vittime. La sua casa fu perquisita e alcune bandiere di Ss sequestrate. Il 20 agosto 2004, l’organizzazione antifascista ‘Movimento giovanile per i diritti umani’ ricevette una lettera che minacciava una “notte dei lunghi coltelli” per “Yurov e Alekseeva”, che sarebbero stati “i prossimi dopo Girenko”. In allegato, la foto di un cecchino. Andrey Yurov era all’epoca il presidente del Movimento giovanile per i diritti umani, Ludmila Alekseeva la direttrice del Moscow Helsinki Group, istituzione nata per opporsi al neo-nazismo. Nikolay Girenko, un consulente antifascista le cui perizie servirono a incarcerare diversi skinhead, fu assassinato il 19 giugno 2004. L’autore della lettera, secondo il sito d’informazione russo ‘MosNews’, era proprio Dimitry Demushkin. “Slavianskiy Soyuz – la cui sigla in russo è Ss – divulgava sul suo sito che l’omicidio era preparato da tempo. Appariva un giovane vestito con l’uniforme delle guardie d’assalto nazionaliste, pistola alla mano e, sotto, la frase: ‘In Memoriam, Girenko’. I siti non sono stati chiusi. I loro proprietari e moderatori non sono stati incriminati”. Così scriveva Anna Politkovskaya, nel suo Diario russo, il 19 giugno 2004.

La croce celtica di una ragazzaZyklon B. In Russia molte aggressioni a sfondo razziale non vengono denunciate per paura. La risposta delle autorità è stata in passato assai debole, se non del tutto inefficace, perché la giustizia penale russa solitamente classifica tali episodi come come ‘atti di vandalismo’, invece di far riferimento all’articolo 282 del Codice penale, che li qualifica espressamente come ‘delitti razziali’. Per qualche oscura associazione mentale, ripensando all’intervista a Demushkin torna alla memoria il nome del gruppo musicale da lui citato, ‘Zyklon B’. Solo ora ricordo perché il nome mi era in qualche modo familiare. Solo ora che mi appare davanti agli occhi una stanza delle baracche di Auschwitz, quella adibita a museo. In un angolo, accanto alle matasse dei capelli, alle scarpe, ai vestiti degli scomparsi, c’era una catasta di barattoli vuoti. Contenevano il gas letale che uccise milioni di persone. Su ciascuno, la stessa scritta: ‘Zyklon B’.

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dicembre 3, 2008

L’UNICEF presenta un nuovo rapporto sul contagio madre-figlio in occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS

New York, 1° dicembre 2008 – Diagnosi precoce e cure tempestive possono migliorare significativamente le aspettative di vita dei neonati esposti al rischio di contagio da HIV, secondo il rapporto lanciato oggi da quattro agenzie delle Nazioni Unite.

La pubblicazione, lanciata nella Giornata Mondiale contro l’AIDS e intitolata “Bambini e AIDS: terzo rapporto di aggiornamento”, è stata realizzata dall’UNICEF, dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS), dal Programma congiunto delle Nazioni Unite sull’HIV/AIDS (UNAIDS) e dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA).

«Senza cure appropriate metà dei bambini affetti da HIV moriranno prima di aver compiuto i due anni di età» afferma il Direttore generale dell’UNICEF Ann Veneman. «I neonati sieropositivi a cui viene diagnosticato tempestivamente il virus e che iniziano le cure entro la dodicesima settimana di vita hanno il 75% in più di possibilità di sopravvivenza

Tuttavia, nel 2007 meno del 10% dei neonati nati da madri affette da HIV ha effettuato il test prima dei due mesi di vita.

Il rapporto sottolinea l’importanza della diffusione del test affinché i bambini possano essere sottoposti alle cure necessarie il prima possibile.

«Oggi nessun bambino dovrebbe morire per cause collegate all’AIDS» ha affermato il Direttore generale dell’OMS Margaret Chan. «Sappiamo come prevenire queste tragiche morti, ma dobbiamo rafforzare i sistemi sanitari per assicurare che tutte le madri e tutti i bambini ricevano le cure quanto prima possibile.»

In alcuni dei paesi maggiormente colpiti dall’HIV e AIDS, quali Kenya, Malawi, Mozambico, Ruanda e Sudafrica si sta portando a regime il test per l’HIV nelle prime settimane di vita.

Nel 2007 30 Paesi a basso e medio reddito avevano adottato il nuovo metodo per il test per l’HIV (Dried Blood Spot Testing) rispetto ai 17 Paesi del 2005.

In molti paesi dell’Africa Subsahariana, tra i quali Botswana e Sudafrica, grazie a questo nuovo metodo molti bambini effettuano il test sin dalla sesta settimana di vita e molti di quelli che sono risultati positivi all’HIV hanno potuto iniziare la terapia antiretrovirale.

Ancora troppe poche donne incinte sanno se hanno o no l’HIV.

Nel 2007 solo il 18% delle donne incinte nei Paesi a basso e medio reddito ha effettuato il test e solo il 12% di quelle che sono risultate positive ha effettuato ulteriori accertamenti per verificare a che stadio era l’infezione e che tipo di cure erano necessarie.

«La prevenzione della trasmissione da madre a figlio dell’HIV è non solo un intervento efficace, ma un diritto umano» afferma Peter Piot, Direttore generale di UNAIDS. «Stiamo assistendo a progressi significativi in molti paesi, specialmente in alcune regioni dell’Africa, ma è necessario portare a regime l’accesso al test e alle cure necessarie per le donne incinte

Il rapporto raccomanda inoltre un maggiore accesso ai test per verificare le funzioni immunitarie delle donne incinte affette da HIV, per determinare lo stadio dell’infezione e decidere cure che rispondano ai bisogni sanitari delle donne e riducano il rischio di trasmissione ai figli.

La prevenzione è un’altra componente chiave della strategia delle Nazioni Unite sull’HIV e AIDS.

Ogni anno un numero significativo di giovani continua a contrarre l’HIV (il 45% dei nuovi contagi avviene tra persone di età compresa tra 15 e 24 anni).

In 22 paesi dell’Africa occidentale e centrale la prevenzione del contagio tra i giovani è prevista nei piani strategici nazionali di contrasto all’HIV.

In Camerun, nella Repubblica Democratica del Congo e in Nigeria esistono programmi specifici per ridurre i comportamenti a rischio, la vulnerabilità e la disparità tra i giovani sia dentro che fuori l’ambiente scolastico.

«In un mondo dove esiste l’HIV/AIDS, i giovani hanno bisogno di informazioni ed educazione complete e di accesso ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva per proteggere il proprio diritto alla salute» afferma il Direttore generale dell’UNFPA Thoraya Ahmed Obaid.

«Prevenire nuovi contagi tra le donne è la prima linea di difesa per prevenire il contagio tra i neonati. Coinvolgere i giovani negli interventi di contrasto all’HIV è il modo migliore per assicurare che questi programmi abbiano successo

Le cure per l’AIDS pediatrico, la prevenzione della trasmissione da madre a figlio dell’HIV e la prevenzione di nuovi contagi tra i giovani e gli adolescenti sono tre delle quattro priorità della Campagna “Uniti per i bambini, Uniti contro l’AIDS” analizzati in questo terzo rapporto di aggiornamento.

La quarta priorità è quella relativa alla cura e al sostegno dei circa 15 milioni di bambini che hanno perso uno o entrambi i genitori a causa dell’AIDS.

 (2.74 MB)“Children and AIDS – III Stocktaking Report” (in inglese) (2.74 MB)