È in corso un’iniziativa di ‘contrabbando’ di armi che ha sostenuto l’offensiva militare d’Israele. E non è finita con la ‘tregua’.
1. Il 6 Dicembre 2008 un contratto dello US Military Sealift Command, l’entità logistica della Marina Usa, viene vinto dalla compagnia marittima tedesca Oskar Wehr che gestisce una trentina di navi, perlopiù portacontainers di media dimensione. Il contratto (N00033-09-R-5505, N00033-09-C-5505, per 635.000 dollari richiede il trasporto di 989 containers dalla base navale di Sunny Point (North Carolina, poco a sud del porto di Southport, sulla costa orientale statunitense) al porto israeliano di Ashdod, 39 km a nord di Gaza City. La destinazione di questo carico è il deposito statunitense «War Reserve Stockpile for Allies (WRSA-I)» in Israele e il caricamento, dice il contratto, deve iniziare il 13 dicembre.
Poco dopo (31 dicembre), lo stesso Sealift Command fa un’offerta per altri due contratti (N00033-09-R-5205; N00033-09-R-5205), per il trasporto di 157 e 168 container rispettivamente, con destinazione ancora Ashdod e origine il porto di Navipe-Astakos – sulla costa ionica greca, poco a Nord dell’isola di Cefalonia. Il caricamento va effettuato a partire dal 15 gennaio.
Ashdod non è nuova come destinazione di armi e munizioni Usa – sia dirette alle forze armate israeliane, sia al deposito statunitense in Israele. Contratti di tale tipo sono stati assegnati dal Military Sealift Command in varie occasioni negli anni recenti (dal 2002 al 2008) con trasporti da Livorno (Camp Darby) e da vari porti greci e statunitensi ad Israele. Esempi recenti sono due contratti del 17 agosto 2007 assegnati all’ italiana «Enrico Bonistalli» di Livorno (247.500 dollari per il trasporto di 125 containers di munizioni) e alla statunitense TransAtlantic Lines LLC (449.000 dollari per 125 containers di munizioni) e un contratto del 28 agosto 2007 alla statunitense Sealift Inc. (745.000 dollari per 125 containers di munizioni), quest’ultimo proprio dal porto di Navipe-Astakos ad Ashdod (1.535 km di viaggio).
Alcuni ricercatori che seguono di routine i contratti e i trasporti militari s’accorgono che i contratti del dicembre 2008, oltre ad avere come destinazione Ashdod in questo momento, includono menzione del tipo di carico da trasportare: una vasta gamma sia di esplosivi ad alto potenziale (816 tonnellate nel primo contratto) che di esplosivi inclusi nella categoria H delle merci pericolose, ovvero fosforo bianco (secondo e terzo contratto), oltre ad altro munizionamento e ordigni esplosivi (da testate per missili a munizioni di vario tipo e bombe anti-bunker).
Agli inizi di gennaio i ricercatori rintracciano la nave incaricata del trasporto, la «Wehr Elbe» (IMO 9236688), capace di caricare 2.500 containers. Presente a Sunny Point il 13 dicembre, la nave parte il 20 con prima destinazione Astakos. La scoperta finisce sui tavoli della segreteria internazionale di Amnesty International, che già il 2 gennaio aveva in un comunicato chiesto l’embargo completo di invii di armi ad Israele e ad Hamas. Viene allertata la stampa e l’agenzia Reuters ne dà notizia il 10 di gennaio, provocando i primi sconquassi e smentite. Il Pentagono si affretta a precisare che i carichi non erano diretti alle forze armate israeliane, ma al deposito Usa succitato e il 12 gennaio il governo greco smentisce he navi dirette ad Ashdod siano partite dai porti greci. Compaiono altri articoli sulla stampa internazionale e il 13 gennaio una dichiarazione del Comando statunitense in Europa afferma che gli ultimi due contratti sono stati «cancellati» (teoricamente l’8 gennaio) e che l’operazione è stata «rimandata». Il 14 gennaio, un comunicato di Amnesty dettaglia tuttavia i termini delle operazioni, chiedendo che la nave venga fermata e Stop the War, il movimento greco di solidarietà, protesta contro l’attracco a Astakos. Il 17 il premier greco Costas Karamanlis, pur ammettendo che c’è stata la richiesta degli Stati uniti, afferma che la Grecia non avrebbe tuttavia dato il permesso agli americani di far attraccare la nave ad Astakos e che anche in passato nessun porto greco sarebbe stato interessato a tali invii. Pressioni del ministero degli esteri tedesco sulla Oskar Wehr perchè fermi la nave non sortiscono effetto dato che la Wehr Elbe non è più sotto controllo dell’armatore, ma direttamente del Sealift Command e ha a bordo militari statunitensi armati. Le cose però non stanno proprio così.
2. Le dichiarazioni Usa sottolineano come tali trasferimenti di munizionamento fossero stati programmati molto prima del conflitto a Gaza e non avessero relazioni con le necessità dell’esercito israeliano. Vediamo i fatti. È certamente possibile che i trasferimenti siano stati discussi o decisi qualche mese prima del dicembre (probabilmente anche l’operazione israeliana è stata «discussa» con il Pentagono qualche mese prima di iniziare…), ma resta il fatto che il bando di gara del primo contratto è datato 4 dicembre e i tempi di carico e scarico che esso prevede sono inusualmente stretti, ad indicare un’operazione urgente e non routinaria. A quella prima offerta di contratto se ne aggiungono altre due il 31 dicembre, quattro giorni dopo l’inizio dell’assalto israeliano su Gaza.
Quanto poi al fatto che i containers fossero realmente diretti al deposito Usa in Israele, le dichiarazioni del Pentagono omettono un particolare importante: come è scritto in una comunicazione del Pentagono al residente del Comitato sulle Forze Armate del Senato Usa, John Warner, datata 10 Aprile 2003, «il Dipartimento della Difesa mantiene un deposito – War Reserve Stockpile – in Israele. Tale deposito è un’entità separata che contiene munizioni e materiale posseduti dagli Stati Uniti e destinati all’uso di riserva di guerra da parte degli Stati Uniti e possono essere trasferiti al governo di Israele in una emergenza, previo rimborso». Mentre si ribadisce che nulla è gratis al mondo, la clausola finale è chiara.
3. Sulle dichiarazioni del governo greco che vorrebbero la Grecia alla fine estranea a questi trasferimenti. Anche qui è certo possibile – e vi sono dichiarazioni statunitensi del 13 gennaio al proposito – che le autorità greche, vista la malparata, abbiano all’ultimo momento negato agli Usa l’approdo ad Astakos, ma è del tutto irrealistico che la Grecia non avesse dato il benestare all’operazione.
Tutti e tre gli invii previsti coinvolgono il porto di Navipe-Astakos: due differenti strumenti di tracciamento dei percorsi delle navi danno a Wehr Elbe a Sunny Point il 13 dicembre con partenza il 20 per il porto di Astakos e tracciano la nave vicino a Gibilterra il 28 dicembre, specificando ancora Astakos come destinazione. Non c’è ragione di pensare che la destinazione non fosse quella, dato che le informazioni arrivano a tali strumenti dalle navi stesse e dagli agenti assicurativi. Inoltre, i due ultimi contratti («cancellati») menzionano esplicitamente Astakos come porto di partenza per Ashdod. Nessuno, in trasporti marittimi di tale genere e che nel caso prevedevano l’assistenza di almeno quattro imbarcazioni anti-incendio per le operazioni di carico e scarico, può sensatamente (e anche per legge) mettere come destinazione un porto a cui non abbia comunicato l’arrivo della nave e il tipo di carico e non ne abbia ricevuto approvazione. È del tutto falsa poi l’affermazione del premier greco relativa all’inesistenza di invii di munizioni ad Israele nel passato. Vi sono, come detto, almeno tre altri contratti del Sealift Command, assegnati nel 2007, che nominano o Astakos o genericamente la Grecia come punto di partenza di ingenti invii di munizioni ad Ashdod. E non si tratta di bandi di concorso, ma di contratti vinti e assegnati a trasportatori marittimi per svariate centinaia di migliaia di dollari. Vi è infine da notare che il reale percorso della Wehr Elbe mostra alcuni elementi che contrastano direttamente con quanto affermato dal governo greco, indicando inoltre un possibile coinvolgimento dell’Italia.
A Gaza l’assalto israeliano ha provocato la morte di 1.400 persone (la più parte civili) e il ferimento grave di altre 5.100. Tutto è ora appeso a una fragilissima tregua unilaterale annunciata da Israele e anche da Hamas, rispetto alle quali buon ultima è arrivata l’Unione europea che non ha posto termini al ririto israeliano e che, fin qui, è stata immobile se non complice delle scelte della leadership israeliana. Con l’Onu in macerie, fra l’altro almeno tre volte bersaglio dei raid israeliani. Unico obiettivo dichiarato è quello di «fermare il contrabbadno di armi», naturalmente solo quello illegale per Hamas. Ma se l’offensiva dovesse riprendere e allargarsi, l’enorme e letale carico della Wehr Elbe non resterebbe certo nei depositi statunitensi ma verrebbe probabilmente «trasferito al governo di Israele in una emergenza, previo rimborso». Se Wehr Elbe è davvero attraccata a Taranto vi è la possibilità che essa abbia trasferito il suo carico su una veloce portacontainer che ha lasciato proprio Taranto il 15/1 ed è arrivata ad Ashdot sabato 17. Fermiamo il «contrabbando» di questi carichi di morte prima che sia troppo tardi.
SCHEDA
La Wehr Elbe parte da Sunny Point/Southport il 20 dicembre. La sua velocità massima è di 22 nodi (22 miglia nautiche all’ora) e la velocità di crociera è intorno ai 18 nodi. I segnali satellitari mandati dalla nave la vedono il 28 dicembre al largo di Ceuta, poco oltre lo Stretto di Gibilterra. Da Sunny Point allo Stretto di Gibilterra vi sono circa 3.524 miglia nautiche (6.526 km), che la nave poteva percorrere in circa 8 giorni a 18 nodi di velocità media, a conferma della data succitata. Un’informativa di fonte assicurativa afferma che la Wehr Elbe sarebbe arrivata in primo luogo a Zeebrugge, in Belgio, e si sarebbe poi diretta verso Gibilterra e Astakos. Non c’è conferma indipendente di tale percorso, ma il passaggio da Zeebrugge avrebbe aggiunto più di tre giorni al viaggio e la nave non avrebbe verosimilmente potuto essere vicina a Ceuta il 28 dicembre. I segnali satellitari mostrano poi che la nave, passata Gibilterra, non si dirige verso Ashdod ma direttamente verso Astakos e il 31 dicembre è a circa 150 km dal porto greco. Il primo gennaio è a 4 miglia dal porto e si ferma. Dall’1 all’11 gennaio la nave sembra non sapere che fare e i segnali la danno continuamente in circolo intorno a quell’ultimo punto. Il 12 gennaio tuttavia, alle ore 9, la nave riparte in direzione Sud e passa intorno alla costa meridionale di Cefalonia e alle 12 cambia ancora direzione, puntando dritta verso Nord e il mare Adriatico. Alle alle 15 e 30, ultimo rilievo disponibile (dato che probabilmente ha spento il segnalatore), modifica ancora la rotta in direzione Nord-Ovest. Poi il silenzio. Se davvero il governo greco non avesse mai dato alcun permesso d’attracco ad Astakos, perché il capitano avrebbe portato la nave dritta ad Astakos invece che ad Ashdod? Il noleggio di una tale nave costa in media 18/20 mila dollari al giorno (e probabilmente molto di più per carichi di questo genere), i suoi spostamenti vengono preparati con grande cura e certo non si va alla speraindio. Evidentemente, il Sealift Command aveva per qualche ragione pianificato sin dall’inizio un passaggio da Astakos, probabilmente in congiunzione con le spedizioni previste dai due contratti poi «cancellati» l’8 gennaio. Infine, il fatto che la nave giri in circolo per più di dieci giorni (200 mila dollari aggiuntivi a tariffe normali) potrebbe segnalare che o era in corso una frenetica trattativa tra greci e statunitensi per evitare l’approdo effettivo ad Astakos o si aspettava che arrivassero i container relativi ai contratti «cancellati». L’armatore della Wehr Elbe afferma di non aver concorso per gli altri due contratti. Dovevano dunque arrivare altre navi? O semplicemente il Sealift Command voleva far caricare sulla Wehr Elbe gli ulteriori 325 containers previsti dai due contratti «cancellati»? Dove sono finiti quei 325 container di munizioni che avrebbero dovuto essere caricati ad Astakos? Al porto di Astakos stanno arrivando gruppi dello «Stop the War» greco e forse potrebbero dirci qualcosa in proposito, ma dove sta andando la Wehr Elbe con i suoi 989 containers originali e le 816 tonnellate di esplosivi ad alto potenziale? Senza poter escludere l’approdo in due vicini porti albanesi e montenegrini, la rotta sembrerebbe indicare come possibili destinazioni Brindisi o Taranto. Soprattutto in quest’ultimo la Us Navy e la Nato godono di diritti di approdo esclusivi nell’area portuale e di attrezzature adeguate ad accogliere quella bomba natante. Nessuno, tranne il Sealift Command e certo qualche autorità italiana, sa dove sia attualmente la nave. Forse è già arrivata da qualche parte e aspetta, letteralmente, che si calmino le acque.
a cura di Peter Danssaert, Sergio Finardi, Pavlos Nerantzis, Carlo Tombola e il contributo di Mike Lewis della Omega Foundation
L’unica cosa che di internazionale ha l’aeroporto di Freetown è un ridicolo pulmino che trasporta i passeggeri nei venti metri che separano l’aeromobile dall’ingresso. Usciti dal minuscolo aeroporto, non si viene avvolti dal tipico caldo umido dei paesi centrafricani. Di più: la Sierra Leone è il paese dove piove di più al mondo. Quattro metri d’acqua all’anno contro i settanta centimetri italiani. Appena fuori dall’aeroporto, una strada sterrata e piena di voragini dovrebbe portare i viaggiatori e i turisti in città. Già, i turisti, perché stando ai cartelloni che si vedono in ogni dove, il turismo dovrebbe essere nelle intenzioni del governo una delle principali fonti di attrazione in questo paese.
Dopo pochi metri, Demba, l’autista del pulmino, non si scompone più che tanto per il fatto che il motore si sia spento e non dia più segni di vita nel mezzo di una pozza d’acqua gigante, rossa come la terra della Sierra Leone, e parecchio profonda. Sospira e sorride ai passanti e ai ciclisti. Nel raggio di un centinaio di metri, tanto permette lo sguardo davanti e dietro, di automobili ferme o mosse ma a spinta ce ne sono altre quattro.
Sarebbe tutto normale, le strade a pezzi, la mancanza di strutture, la mancanza di servizi. In fondo siamo in Africa, e per giunta in un paese africano appena uscito da una guerra devastante. Stanno lì a ricordarcelo in quell’angolo di aeroporto, appena fuori dov’è consentito fumare, i mutilati che chiedono una dignitosa e per nulla insistente carità che non può ripagare braccia e gambe che hanno lasciato all’assurdità di un conflitto durato oltre dieci anni.
Sarebbe tutto normale se la Sierra Leone non fosse stata teatro, oltre che della guerra, anche della più impegnativa missione delle Nazioni Unite mai concepita e realizzata nella storia. Impegnativa, soprattutto dal punto di vista economico. Quasi due miliardi di euro dal 1999 ad oggi, circa settecentomila euro al giorno spesi solo dalle Nazioni Unite, senza contare l’impegno dei singoli paesi, dall’Italia agli Stati Uniti. E le migliaia di Organizzazioni non governative, attirate come api al miele del danaro. Con i loro migliaia di progetti, uffici, logisti, esperti e consulenti di questo e di quello.
Oggi di quelle Ong non ce ne sono quasi più. Perché le Nazioni Unite hanno finito la loro missione, e sono finiti i soldi pubblici assegnati quasi senza controlli. Un fiume di denaro mostruoso che non ha lasciato alcuna traccia. Ma questo non lo si riesce a vedere subito: Free-town ci accoglie con l’accompagnamento di un temporale impressionante, che riduce la visibilità a pochi centimetri. Ma qualcosa si intuisce subito: la missione delle Nazioni Unite, che tanto danaro è costata, non ha lascato nemmeno un collegamento tra l’aeroporto e la città, che dev’essere raggiunta in elicottero, oppure con il servizio di hovercraft che attraversano il golfo portando i nuovi arrivati, finalmente, vicini al centro città.
Freetown, in centro, assomiglia un poco a New Orleans. Non a quella famosa per il blues e le passegiate, ma a quella post alluvione. Le strade sono tutte disfatte, le case cadenti, la povertà strutturale non lascia spazio nemmeno alla fantasia di quei quasi due milioni di abitanti costretti a vivere in una città che, nonostante i settecentomila euro spesi ogni giorno, ancora in gran parte non ha nemmeno l’elettricità.
Mohammed ha venticinque anni. È lui il Caronte che ci traghetta verso l’inferno con cui gli abitanti di Freetown convivono. “Dietro le colline che circondano la capitale, a Bumbuna, dovrebbe presto essere ultimata la costruzione di una centrale elettrica cominciata vent’anni fa. Dovrebbe portare la luce a tutta la città – ci spiega – ma solo durante e subito dopo la stagione delle piogge, quando l’acqua scorre potente. Da quel che dicono chi l’ha progettata non ha tenuto conto del fatto che per sei mesi all’anno non piove. Non ci sono bacini di raccolta. E dunque se non piove, niente luce”. La centrale intermittente è un’opera imponente e ovviamente costosissima, circa duemilacinquecento milioni di euro, costruita dagli italiani.
Ma non manca solo la luce, a Freetown manca anche l’acqua. Nel paese in cui piove di più al mondo, un milione e mezzo di persone sono costrette a lavarsi e a prendere l’acqua per far da mangiare nei tanti fiumiciattoli che attraversano la città. Ma non c’è disperazione, né rabbia in questa miseria. E’ al ritmo del reggae e del calipso che le donne, coperte di stoffe coloratissime e sgargianti, e anche gli uomini vanno a lavare i panni nei rivoli. Quelli più fortunati, in collina, hanno l’acqua pulita. Ma non ci sono fogne e tantomento c’è chi raccoglie la spazzatura. E a valle, dove vive la maggior parte delle persone, verso un mare che potrebbe essere invidiato nelle più gettonate isole tropicali, i panni vengono lavati e le pentole riempite in mezzo al pattume, in quegli stessi rivoli dove, qualche centinaio di metri più su, altri hanno gettato gli avanzi del cibo, l’immondizia di casa e anche pulito le lattrine. Per bere, i ricchi usano le bibite e l’acqua minerale, che costa più della cocacola. Gli altri, comperano l’acqua dai venditori di strada. Sono studenti, di solito, e trasportano sulla testa, sgattaiolando in un traffico di catorci perennemente congestionatoe clacsonante, grandi cesti di sacchettini da circa mezzo litro di acqua fresca che viene venduta per pochi spiccioli.
Proprio vicino al mare c’è uno “stabilimento” dove l’acqua viene imbustata. Decine di donne con grandi mastelli prendono l’acqua che a momenti alterni sgorga dalle tubature dell’acuqedotto di Freetown e la filtrano passandola da un mastello ad un altro, ricoperto da un telo di stoffa che raccoglie le impurità. Le donne sono capitanate da Josef, il boss. “Faccio questo mestere da dieci anni – racconta – e la mia acqua è pulita, la compro da Guma (la società che gestisce l’acquedotto n.d.r.) e la faccio mettere nei sacchetti. Però, anche durante la stagione delle pioggie, l’acqua manca spesso” aggiunge sorridendo tra il rassegnato e il furbo. “Ma da quando ci sono state le elezioni l’acqua c’è sempre, e così anche l’elettricità, dove arriva. E riesco a fare più di quattromila sacchetti al giorno”.
Come Josef, sono in molti a puntare sul dopo-elezioni, vinte da Ernest Koroma, il candidato che ha puntato tutto sulla devastante corruzione del governo che lo aveva preceduto. Per lui si era schierata la società civile di Freetown, a prescindere dai gruppi etnici a cui apparteneva. “Quelli che c’erano prima si sono rubati tutto, speriamo che adesso le cose vadano meglio”, conclude Josef.
Vicino a Waterloo street (tutte le strade di Freetown portano nomi molto british) scorre uno di questi “fiumi” cittadini. Dalla collina scende ripido, a volte allo scoperto a volte entro gigantesche tubature di cemento. Mano a mano che l’acqua si avvicina al mare, è sempre più contaminata. Al punto che, dove ci fermiamo noi, pochi mesi fa la spazzatura ha creato una vera e propria diga, che dopo qualche tempo ha ceduto scaricando sulle poche case e sulle molte baracche circostanti tutto il suo peso. Adesso, intorno a noi stanno piano piano ricostruendo, a colpi di cartone e di qualche lamiera trovata in giro, baracche dove vivere. Stride il contrasto tra le divise dei bambini che vanno e vengono da scuola, per ognuna delle quali c’è un colore distintivo, e lo sporco, il fango, l’odore di malattia che si respira.
Proprio davanti a noi, una cascatella dove gli abitanti della zona vengono a far la doccia. Poi il rigagnolo si snoda lungo la main street di questa improvvisata baraccopoli andando a raccogliere le deiezioni dei suoi abitanti e portando il tutto verso l’oceano, verso altre e se possibile più misere baracche. Al contrario di quel che siamo abituati a vedere dalle nostre parti, a Freetown più ci si avvicina al mare e più si sprofonda nella miseria.
Ma è una miseria strana, quasi felice. Spesso a tempo di musica, certamente molto colorata, disperante più che disperata. Colorata come sono i container che fanno da bar vendendo sacchetti di acqua e bibite calde, come i vestiti di donne uomini e bambini, come i sorrisi che ti accolgono ovunque. Sotto la cascatella, un gruppo di ragazzini gioca nel rigagnolo. Ogni tanto, quando necessario, uno di loro si sottrae al gioco di chi riesce a saltar l’acqua senza bagnarsi e in un cantuccio si mette a far pipì. Che andrà, insieme a qualche cacca, a valle. Una donna ci raggiunge e ci racconta di quando la sua casa è stata spazzata via dalla furia dell’acqua. “Nessuno ci aiuta. Nessuno si occupa di noi. Nessuno si preoccupa del fatto che qui potrebbe essere una strage, se succede un’altra volta che la pattumiera formi una diga”. Poco dopo arriva anche un ragazzo. “Sono il responsabile, qui, sono il capo. Che volete? Che ci fate? Non si possono fare fotografie”. Ci vuole tutta la pazienza e la calma di Mohamed, per spiegare al gruppo di ragazzi che ci circonda che non siamo nemici. E che non siamo, come dice lui, “come quelli che negli anni passati venivano, promettevano tutto, facevano un sacco di domande, e poi sparivano”. “Quelli” erano quelli delle Ong. Venivano, studiavano, costruivano sulla carta i progetti, se li facevano finanziare, e poi via, tutti i pomeriggi e le sere sulla strada che costeggia la bellissima spiaggia di Freetown, ricca, fino a che sono state qui le Nazioni Unite, di ristoranti, night club, bar gestiti perlopiù da libanesi, e frequentati da puttane. Noi vogliamo solo raccontare, spieghiamo. Sperando che qualcuno legga e veda, e magari possa fare qualche cosa per loro. O per tutti gli altri che, come loro, sono stati presi in giro dagli “aiuti umanitari” delle grandi agenzie e delle Ong miliardarie. Ma capiamo in fretta che è meglio andarsene.
In riva al mare, dove un tempo c’era il porto dei pescatori della capitale nella zona della Kroo bay c’è una immensa baraccopoli. Arrivandoci, si viene avvolti da mille profumi: banane mature, pastella fritta, pesce cucinato su improvvisate griglie o fritto, ma anche da mille puzze. Sopra le quali spicca l’odore di Escherichia coli, un batterio che, insieme a quello della salmonella e al vibrione del colera, da queste parti non se la deve passar male. Le baracche sono strettissime l’una all’altra. Salvo nella piazza centrale, dove centinaia di ragazzi si trovano per giocare e fare musica. Mentre si disputano il pallone, il calcio è il gioco nazionale della Sierra Leone, il tramonto disegna i loro muscoli rendendo ancor più inverosimile il contrasto tra il misero e scarsio cibo di cui si nutrono, la sporcizia contaminante che da tutta la città cola verso la loro bidonville e i loro fisici da atleti e da modelle. Tra le baracche, proprio sopra un rigagnolo di fogna a cielo aperto, ne salta agli occhi una che per parete ha un ex sacco di riso arrivato come aiuto umanitario dall’Iraq post-Saddam. Poco più avanti, c’è la casa del dottore. È un medico tradizionale, Murah, e per arrivarci bisogna superare la diffidenza degli abitanti del quartiere e dei suoi collaboratori. Probabilmente siamo i primi bianchi, whiteman, ad essersi spinti fino a casa sua. Pima di essere ricevuti, facciamo in tempo a raggiungere la riva del mare. Andandoci, ci si accorge che gradualmente la terra su cui camminiamo si trasforma in spazzatura: una enorme discarica a cielo aperto per giunta contaminata dai percolati delle fogne e delle discariche che stanno più a monte: la fogna della fogna. Dei maiali si bagnano nell’acqua salmastra e salmonellosa che, solo un centinaio di metri più al largo riesce ancora a sembrare mare. Ma il movimento che si nota non è quello dei maiali, che non portano magliette colorate: sono gli abitanti di Kroo Bay che vengono fin qui a cercare qualcosa di ancora utilizzabile o vendibile in mezzo al liquame.
Nell’oscurità della sua baracca, in una stanzetta di due metri per due senza finestre e con le porte chiuse, Murah ci mostra con orgoglio i suoi diplomi, rilasciati da diversi ministeri della Sierra Leone e della Lilberia. Dietro di lui, una raccolta di audiocassette, stereo portatile e vari strumenti da “stregone”: pezzi di corno, frammenti di ossa, sacchetti di cuoio dall’aria antica. Tutti da queste parti ricorrono alle sue cure, fatte di erbe, corteccie e infusi vari. Ma soprattutto fatte di saggi consigli, come bollire l’acqua prima di usarla per qualsiasi cosa abbia a che fare col corpo e allontanarsi dalle “case” per fare pipì. Tutti ricorrono alle sue cure soprattutto perché in questo paese nessuno può curarsi in ospedale dove tutto è a pagamento, dall’ingresso alle medicine, che devono essere portate da fuori. “Le malattie più diffuse – spiega Murah – sono quele legate all’intestino e allo stomaco. Colera, dissenterie varie. Ma anche la malaria è un problema”. Le statistiche dicono che quasi trecento bambini su mille non arrivano a compiere cinque anni. Ma il sospetto, girando per la capitale e per la Sierra Leone, è che le statistiche siano davvero impossibili da fare, e l’entità del problema sia decisamente maggiore. “Molta gente muore per le cose più stupide – dice ancora il dottore – e le erbe che raccogliamo in questa zona non sono più efficaci per le cure. Quando ci sono emergenze importanti, mando i pazienti negli ospedali. Ma solo per entrare in ospedale ci vogliono quindicimila leoni”. Sono tre euro o poco più, ma il guadagno medio delle famiglie non supera i tre-quattromila leoni al giorno. Viene spontaneo chiedersi perché gli abitanti della Sierra Leone debbano pagare per essere curati, soprattutto dopo essere passati dall’ospedale di Emergency, poco distante dalla capitale, un gioiellino di efficacia ed efficenza del tutto gratuito. Anche perché gli ospedali e le strutture sanitarie sono state pagate con i soldi delle Nazioni Unite. La spiegazione ce la fornisce Ibrahim Korona, studente e tassista: “È la politica della Banca Mondiale, che prevede l’autosostentamento delle strutture. Ma come si può pensare che un ospedale possa autosostenersi? Il diritto alla salute non è uno dei diritti fondamentali dell’uomo?”.
Reportage sui nuovi skinhead russi
Dal nostro inviato
Luca Galassi
Mosca, 20 febbraio. Provo ad aprire la mano per stringere la sua, ma non faccio in tempo. Un breve contatto e le sue dita aperte scorrono sotto il mio avambraccio per chiudersi quasi all’altezza del gomito. D’istinto, anche le mie premono sul suo gomito, e il gesto è quasi simultaneo. Metropolitana Tretiakovskaya, cuore di Mosca, sette di sera. Come Sergei, anche gli altri adolescenti, giunti con qualche minuto di ritardo all’appuntamento stabilito, si presentano a me con lo stesso rituale saluto, in un reciproco impugnarsi l’avambraccio. Hanno il cranio rasato e l’abbigliamento conforme ai dettami della loro sub-cultura: pantaloni con i risvolti in fondo, a mostrare gli anfibi lucidi, fibbie con svastiche e croci celtiche, tatuaggi, catenine di metallo che escono dalle tasche, piercing. Sono i giovani esemplari della nuova generazione russa di skinhead.
Sergei, giovane skinheadDelitti razziali. ‘Paièhali’, fa Sergei. ‘Andiamo’, e ci mettiamo in marcia verso il luogo dell’‘incontro’. Un luogo che fino ad ora mi è stato tenuto segreto. Mentre seguo i loro passi sulla neve fresca non posso che pensare al mio volto. Per tentare di dissimulare le mie chiare origini caucasiche ho provato a radermi. Ma so che non basterà certo questo a mettermi al riparo da qualche sguardo sospettoso, se non da eventuali, spiacevoli sorprese. Nel solo mese di gennaio, secondo i dati dell’organizzazione di monitoraggio indipendente ‘Sova’, i delitti a sfondo razziale in Russia sono stati tredici. Metà sono stati commessi a Mosca. Si ammazzano i ceceni, gli azeri, i kazaki, i tagiki, gli armeni, i georgiani. Si ammazzano i caucasici, appunto. I ‘culi neri’, come qui li chiamano quelli che li disprezzano. Li ammazzano gli skinhead. Appunto.
L’ingresso della fondazione per la cultura slavaRevival slavo. La sorpresa, a prima vista, è invece piacevole: un palazzo ottocentesco ben curato e illuminato, di colore giallo ocra, con gli stucchi bianchi e i tendoni amaranto. La scritta rossa sul cancello recita: ‘Fondazione per la conservazione della cultura slava’. E’ uno degli istituti – mi viene detto – più onorati e finanziati del Paese. Specie da quando i russi, riavutisi dal collasso economico, dallo smarrimento sociale e dal trauma psicologico seguito alla dissoluzione dell’impero, si sono riscoperti russi. L’ascesa al potere di Putin si è accompagnata a una nuova ondata di nazionalismo, e la retorica anti-occidentale dell’ex presidente ha alimentato una frenetica riscoperta dei simboli, delle istituzioni e della cultura slava. In questo rinascimento identitario è stata la chiesa ortodossa a farsi veicolo della coscienza e dell’orgoglio nazionale. Infatti: dopo che il guardarobiere all’ingresso, incurante della provenienza e dell’abbigliamento degli ospiti, ha raccolto i giubbotti, vengo introdotto in un’ampio salone e presentato a un pope, un prete ortodosso. Gli otto ragazzi e le quattro ragazze skinhead si siedono attorno a un enorme tavolo circolare.
La predica di padre PavelLa fede che purifica. Padre Pavel, occhi azzurri e barba folta, lunga fino al petto, comincia così il suo informale sermone: “Preparatevi a difendere la vostra madrepatria”. La predica abbonda di metafore, riferimenti storici, richiami al mito. Come un maestro di scuola media con i propri allievi, dopo l’esposizione di ogni concetto, il religioso fa una pausa per verificare la loro attenzione. Li scruta, uno ad uno, mentre procede nell’opera di indottrinamento. “Bisogna pregare, perché è nella fede che si trova l’antidoto al male. La fede può salvarvi da ogni peccato”. Qualcuno sghignazza, altri si lanciano occhiate complici. I più attenti hanno lo sguardo sostenuto, le braccia conserte e i tatuaggi in bella vista. “Solo con la preghiera l’animo si può purificare”. Pone anche domande, padre Pavel: “Perché bisogna difendere la nostra madrepatria?”. “Per evitare le invasioni, le aggressioni che minacciano il Paese”, gli viene risposto. “Durante il periodo imperiale – continua il sacerdote – il crimine più grave era quello contro la fede ortodossa. Sappiate che anche oggi il nostro Paese sta subendo un’occupazione. Anche oggi la fede e la nazione sono minacciate. E poiché la fede è lo spirito della nazione, può essere necessario difenderla anche con la spada. Ma se non potete combattere contro il male, almeno non dovrete prendervi parte”.
Il salone dell’istitutoEbrei e musulmani. Le allegorie a volte lasciano il posto ad allusioni ben precise, e il ‘male’ prende progressivamente forma, incarnandosi non più in un generico nemico esterno, ma in qualcosa dalla fisionomia ben più concreta: “Guardate i musulmani cos’hanno fatto ai nostri fratelli, prigionieri in Afghanistan e in Cecenia. Come si può torturare e uccidere in nome di Dio? Le moschee stanno spuntando come funghi in Russia. Se non combattiamo questa pericolosa tendenza, un giorno ci sveglieremo e la Russia sarà musulmana”. Poi, nuovamente, un appello alla fede e alla preghiera: “Solo con l’aiuto della fede ci si può salvare. Le preghiere purificano e difendono l’uomo in battaglia. Conoscete la storia di quel soldato russo che, nella Seconda guerra mondiale, pregò tutta la notte e il giorno successivo riuscì a uccidere in battaglia diciannove tedeschi, e senza sprecare un proiettile?”.
Svastica tribaleLa difesa della patria. “Padre, ma allora uccidere è o no peccato?”. “Poiché la vita non è perfetta – dice il pope, evitando sempre di rispondere direttamente alla domanda – a volte bisogna impugnare la spada e punire. Ricordate però che il miglior modo per difendere la nostra terra dai colonizzatori è quella di purificare le loro anime con la fede”. “Padre – fa uno – abbiamo diritto all’estremismo in casa nostra?”. “Dato che non è possibile cacciare definitivamente gli scarafaggi di casa – senza ovviamente citare chi siano gli scarafaggi – allora è necessario tenere pulita la casa. Ricordate anche – a degna conclusione del ragionamento – che l’ebraismo è come il satanismo. La sopravvivenza della madrepatria dipende da voi”. Qualche secondo di pausa e, prima che il discorso termini, estraggo la macchina fotografica dallo zaino. Improvvisamente i ragazzi si agitano. Alcuni si coprono il volto, altri mi fanno cenno di ‘no’ con la mano. Il padre continua imperturbabile a parlare, mentre mi allontano per evitare primi piani indesiderati. Riesco a cogliere solo alcune immagini d’insieme.
Fibbia della WehrmachtWehrmacht originale. Padre Pavel ha finito. Uno dei ragazzi, arrivato nel salone quando l’incontro era già iniziato da un pezzo, mi si avvicina: ‘Giurnalist?’. ‘Sì’, faccio io. In un gesto di spavalda vanteria si alza la felpa e mi mostra un tatuaggio con la bandiera russa, sotto la quale c’è scritto ‘russo’ come un marchio di fabbrica. La fibbia della cintura è originale, dice, apparteneva a un ufficiale della Wehrmacht, l’esercito nazista. A ruota, anche gli altri scoprono il petto, le braccia, i polpacci per mostrarmi i loro tatuaggi. Una ragazza ha la fibbia con la croce celtica, un’altra una svastica con decorazioni tribali sulla gamba. Quello che si è scoperto per primo si chiama Igor, ha 28 anni ed è il capo dei giovani di Slavianskiy Soyuz (Unione slava), l’organizzazione neo-nazista che mi ha fornito il contatto con Sergei e consentito di partecipare all’incontro con padre Pavel. “Sarò uno skinhead fino alla morte”, esclama Igor, con la voce rauca. “Sono membro dell’organizzazione da un anno circa. Cercavo un movimento che fosse in grado di arrestare il declino del nostro Paese. E l’ho trovato in Slavianskiy Soyuz”.
Il tatuaggio di Igor: ‘russo’Supremazia ariana. Prendete parte a pestaggi e omicidi di stranieri? “Io personalmente non mi batto più in strada. Ma se vedo uno straniero che si comporta male verso un cittadino russo, allora certo che difendo il mio connazionale”. Saprò più tardi che il suo predecessore è stato condannato a dodici anni per omicidio. Sergei, invece, di anni ne ha 21. Sa come imporre il suo credo, basato su rispetto e onore: “Quando mi trovo in strada, se uno non ci sente a parole, uso le mani. Io, quando un ceceno o un daghestano dice a una nostra donna ‘Vieni qui, bella figa’, mi sento personalmente insultato. Così come mi offende vedere una nostra donna che esce con un caucasico, quelli pieni di soldi, coi macchinoni. Quelli arroganti. Non considero russi i loro bambini. Noi facciamo quello che la polizia non fa”. “Siamo per la razza ariana”, lo interrompe uno, a cui fa eco una ragazza poco più che maggiorenne: “Siamo per la supremazia dei bianchi”. Lo dice con un sorriso, spalleggiata dagli altri, che si mettono in posa per una foto con il braccio alzato. Sorridono tutti, mentre fanno il saluto fascista. Come se fosse un gioco. Quale sarà la reazione di questi adolescenti alle parole di padre Pavel? Cosa faranno una volta che si troveranno davanti il ‘male’?
Saluto romanoL’ideologo. Sono venuto qui per avere un’idea di chi fossero i militanti skinhead di Slavianskiy Soyuz, due parole le cui iniziali formano un inquietante accostamento. Mi ci ha mandato il capo del movimento in persona: giorni prima aveva accettato un’intervista dopo che, sul suo sito, avevo trovato il suo numero di cellulare. Si chiama Dimitry Demushkin, e non immaginavo sarebbe stato tanto facile contattarlo. L’idea che mi ero fatto era di un soggetto che agisce in totale clandestinità, ricercato dalla polizia e perseguitato dalla legge, in quanto leader di un’organizzazione che esalta la superiorità bianca e incita al razzismo. E che, per di più, ha visto un centinaio di suoi membri incarcerati, 40 dei quali nella sola Mosca, perché accusati di svariati omicidi a sfondo etnico. “Rigettiamo categoricamente ogni accusa”, ha esordito quando ci ha accolto nel suo ufficio, in un caseggiato anonimo fuori della metro Kolomenskaya, poco più a sud del centro. Il locale è disadorno, due scrivanie da un lato, alcuni scatoloni, pacchi e depliant sparsi qua e là, un mobile-libreria in legno nero sul quale troneggia una collezione di icone ortodosse. Per rendere l’ambiente più idoneo all’occasione, un collaboratore di Demushkin tira fuori una bandiera rossa con la scritta Slavianskiy Soyuz e l’appende al muro.
Demushkin con un collaboratoreNazionalsocialismo russo. Il leader di Ss non guarda mai negli occhi quando risponde alle domande. E’ uno skinhead anche lei? “Lo sono stato. Ho fondato io il primo gruppo organizzato di skinhead russi, il Beye Bulldogi (Bulldog Bianchi), agli inizi degli anni ’90”. Cosa vuol dire essere skinhead? “Partecipare a una sottocultura di protesta giovanile che si sta sviluppando in una forma molto attiva”. Come è nato il suo movimento? “Da una scheggia di Unità Nazionale Russa (partito e formazione paramilitare di estrema destra al bando, ndr)”. Ci spiega in cosa consiste, qual è la sua ideologia, quanti membri ha? “Non è possibile fare stime precise. Anche se i membri attivi non sono molti, la nostra capacità di influenza è abbastanza estesa, anche tra soggetti eterogenei. Un gruppo musicale che si chiama Zyklon B, per esempio, ha un fan club di circa un centinaio di persone. Non sono membri, ma ‘simpatizzano’ per noi. Un altro gruppo di simpatizzanti di Ss è costituita dai capi delle bande di bikers (motociclisti, ndr). In Russia, Ss è il gruppo nazionalsocialista più influente. Alcuni membri del governo e del parlamento condividono la nostra ideologia, così come sportivi, scienziati, intellettuali. Dal ’99 la nostra posizione è rimasta intransigente, rigorosa, dal punto di vista ideologico. Siamo per la tutela della lingua, della cultura e dell’unità del popolo slavo. Siamo una formazione nazional-socialista, che ha profondi legami con la religione ortodossa. La finalità della nostra organizzazione è la propaganda, con tutti i mezzi possibili”. Quanti siete? “Circa cinquemila”. Quaranta dei quali sono finiti in carcere. “Quelli finiti in carcere hanno agito per conto proprio. Noi rigettiamo categoricamente ogni accusa”. Per cosa sono stati condannati? “Per estremismo, percosse, incitamento all’odio etnico, omicidio, terrorismo e altro”. Quindi lei non si sente responsabile della campagna di odio, dei pestaggi e degli omicidi commessi dagli estremisti di Ss in questi anni? “No, assolutamente. Chi ha commesso questi delitti ha agito non in nome dell’organizzazione, ma stravolgendo il suo credo ideologico. Quando non possono condannare l’organizzazione, cercano di condannare i singoli membri.”. Che lavoro fa? “Un po’ di tutto. Organizzo concerti, festival, corse motociclistiche, eventi sportivi. Adesso stiamo preparando il campionato mondiale di lotta senza regole. Mi interessa il mondo informale, quello che succede nelle strade. Mi interssa la cultura alternativa”.
Dmitry DemushkinLa denuncia della Politkovskaya. Mi congedo con una stretta di mano neutra, che nulla ha a che fare con il saluto dei giovani skinhead che avrei ‘imparato’ qualche giorno dopo. In apparenza, quest’uomo potrebbe essere un banale impiegato, che lavora in un ufficio banale e fa un lavoro banale. Eppure, sul suo sito, www.demushkin.com, fino allo scorso anno comparivano svastiche, link a siti di skinhead, braccia levate nel saluto romano, e un manuale dal titolo ‘Nazional-socialismo mistico: 1488 parole’. L’88 è il saluto nazista (Heil Hitler, essendo la ‘H’ l’ottava lettera dell’alfabeto), le 14 parole sono: “Noi dobbiamo assicurare l’esistenza del nostro popolo e il futuro per i bambini bianchi”. Lo stesso Demushkin fu arrestato nel 2006 in relazione a un attentato a una moschea, dove una bomba esplose senza provocare vittime. La sua casa fu perquisita e alcune bandiere di Ss sequestrate. Il 20 agosto 2004, l’organizzazione antifascista ‘Movimento giovanile per i diritti umani’ ricevette una lettera che minacciava una “notte dei lunghi coltelli” per “Yurov e Alekseeva”, che sarebbero stati “i prossimi dopo Girenko”. In allegato, la foto di un cecchino. Andrey Yurov era all’epoca il presidente del Movimento giovanile per i diritti umani, Ludmila Alekseeva la direttrice del Moscow Helsinki Group, istituzione nata per opporsi al neo-nazismo. Nikolay Girenko, un consulente antifascista le cui perizie servirono a incarcerare diversi skinhead, fu assassinato il 19 giugno 2004. L’autore della lettera, secondo il sito d’informazione russo ‘MosNews’, era proprio Dimitry Demushkin. “Slavianskiy Soyuz – la cui sigla in russo è Ss – divulgava sul suo sito che l’omicidio era preparato da tempo. Appariva un giovane vestito con l’uniforme delle guardie d’assalto nazionaliste, pistola alla mano e, sotto, la frase: ‘In Memoriam, Girenko’. I siti non sono stati chiusi. I loro proprietari e moderatori non sono stati incriminati”. Così scriveva Anna Politkovskaya, nel suo Diario russo, il 19 giugno 2004.
La croce celtica di una ragazzaZyklon B. In Russia molte aggressioni a sfondo razziale non vengono denunciate per paura. La risposta delle autorità è stata in passato assai debole, se non del tutto inefficace, perché la giustizia penale russa solitamente classifica tali episodi come come ‘atti di vandalismo’, invece di far riferimento all’articolo 282 del Codice penale, che li qualifica espressamente come ‘delitti razziali’. Per qualche oscura associazione mentale, ripensando all’intervista a Demushkin torna alla memoria il nome del gruppo musicale da lui citato, ‘Zyklon B’. Solo ora ricordo perché il nome mi era in qualche modo familiare. Solo ora che mi appare davanti agli occhi una stanza delle baracche di Auschwitz, quella adibita a museo. In un angolo, accanto alle matasse dei capelli, alle scarpe, ai vestiti degli scomparsi, c’era una catasta di barattoli vuoti. Contenevano il gas letale che uccise milioni di persone. Su ciascuno, la stessa scritta: ‘Zyklon B’.
L’UNICEF presenta un nuovo rapporto sul contagio madre-figlio in occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS
New York, 1° dicembre 2008 – Diagnosi precoce e cure tempestive possono migliorare significativamente le aspettative di vita dei neonati esposti al rischio di contagio da HIV, secondo il rapporto lanciato oggi da quattro agenzie delle Nazioni Unite.
La pubblicazione, lanciata nella Giornata Mondiale contro l’AIDS e intitolata “Bambini e AIDS: terzo rapporto di aggiornamento”, è stata realizzata dall’UNICEF, dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS), dal Programma congiunto delle Nazioni Unite sull’HIV/AIDS (UNAIDS) e dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA).
«Senza cure appropriate metà dei bambini affetti da HIV moriranno prima di aver compiuto i due anni di età» afferma il Direttore generale dell’UNICEF Ann Veneman. «I neonati sieropositivi a cui viene diagnosticato tempestivamente il virus e che iniziano le cure entro la dodicesima settimana di vita hanno il 75% in più di possibilità di sopravvivenza.»
Tuttavia, nel 2007 meno del 10% dei neonati nati da madri affette da HIV ha effettuato il test prima dei due mesi di vita.
Il rapporto sottolinea l’importanza della diffusione del test affinché i bambini possano essere sottoposti alle cure necessarie il prima possibile.
«Oggi nessun bambino dovrebbe morire per cause collegate all’AIDS» ha affermato il Direttore generale dell’OMS Margaret Chan. «Sappiamo come prevenire queste tragiche morti, ma dobbiamo rafforzare i sistemi sanitari per assicurare che tutte le madri e tutti i bambini ricevano le cure quanto prima possibile.»
In alcuni dei paesi maggiormente colpiti dall’HIV e AIDS, quali Kenya, Malawi, Mozambico, Ruanda e Sudafrica si sta portando a regime il test per l’HIV nelle prime settimane di vita.
Nel 2007 30 Paesi a basso e medio reddito avevano adottato il nuovo metodo per il test per l’HIV (Dried Blood Spot Testing) rispetto ai 17 Paesi del 2005.
In molti paesi dell’Africa Subsahariana, tra i quali Botswana e Sudafrica, grazie a questo nuovo metodo molti bambini effettuano il test sin dalla sesta settimana di vita e molti di quelli che sono risultati positivi all’HIV hanno potuto iniziare la terapia antiretrovirale.
Ancora troppe poche donne incinte sanno se hanno o no l’HIV.
Nel 2007 solo il 18% delle donne incinte nei Paesi a basso e medio reddito ha effettuato il test e solo il12% di quelle che sono risultate positive ha effettuato ulteriori accertamenti per verificare a che stadio era l’infezione e che tipo di cure erano necessarie.
«La prevenzione della trasmissione da madre a figlio dell’HIV è non solo un intervento efficace, ma un diritto umano» afferma Peter Piot, Direttore generale di UNAIDS. «Stiamo assistendo a progressi significativi in molti paesi, specialmente in alcune regioni dell’Africa, ma è necessario portare a regime l’accesso al test e alle cure necessarie per le donne incinte.»
Il rapporto raccomanda inoltre un maggiore accesso ai test per verificare le funzioni immunitarie delle donne incinte affette da HIV, per determinare lo stadio dell’infezione e decidere cure che rispondano ai bisogni sanitari delle donne e riducano il rischio di trasmissione ai figli.
La prevenzione è un’altra componente chiave della strategia delle Nazioni Unite sull’HIV e AIDS.
Ogni anno un numero significativo di giovani continua a contrarre l’HIV (il 45% dei nuovi contagi avviene tra persone di età compresa tra 15 e 24 anni).
In 22 paesi dell’Africa occidentale e centrale la prevenzione del contagio tra i giovani è prevista nei piani strategici nazionali di contrasto all’HIV.
In Camerun, nella Repubblica Democratica del Congo e in Nigeria esistono programmi specifici per ridurre i comportamenti a rischio, la vulnerabilità e la disparità tra i giovani sia dentro che fuori l’ambiente scolastico.
«In un mondo dove esiste l’HIV/AIDS, i giovani hanno bisogno di informazioni ed educazione complete e di accesso ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva per proteggere il proprio diritto alla salute» afferma il Direttore generale dell’UNFPA Thoraya Ahmed Obaid.
«Prevenire nuovi contagi tra le donne è la prima linea di difesa per prevenire il contagio tra i neonati. Coinvolgere i giovani negli interventi di contrasto all’HIV è il modo migliore per assicurare che questi programmi abbiano successo.»
Le cure per l’AIDS pediatrico, la prevenzione della trasmissione da madre a figlio dell’HIV e la prevenzione di nuovi contagi tra i giovani e gli adolescenti sono tre delle quattro priorità della Campagna “Uniti per i bambini, Uniti contro l’AIDS” analizzati in questo terzo rapporto di aggiornamento.
La quarta priorità è quella relativa alla cura e al sostegno dei circa 15 milioni di bambini che hanno persouno o entrambi i genitori a causa dell’AIDS.
* Negli ITC – Istituti Tecnici Commerciali si passerebbe da 4 ore settimanali di “scienza della materia” a 0 ore, e nei corsi ITER (turistici, che diventerà IT per il Turismo) degli ITC si passerebbe da 2-3 ore settimanali di “laboratorio di chimica e fisica” a 0 ore : gli allievi degli attuali ITC (che mi risulta siano la maggior parte degli alunni degli istituti tecnici) verrebbero completamente privati dell’insegnamento della Chimica. Per loro si prospetterebbe un vero e proprio “analfabetismo chimico”, ingiusto ed inquietante anche riguardo ad una possibile loro futura iscrizione a corsi di laurea scientifici (non solo Chimica, ma anche Medicina, ad esempio)… Rimarrebbe invece praticamente intatta la disciplina “scienze della terra e biologia”, dei docenti di scienze della attuale classe di concorso A060. * Negli attuali Istituti Tecnici Industriali – ITIS: - nel biennio iniziale la chimica verrebbe unita alla fisica e si avrebbe una diminuzione del numero di ore complessivo; - nel triennio, indirizzo chimico, a fronte di un aumento delle ore di italiano e da un mantenimento delle ore di tutte le altre materie, si avrebbe un netto taglio per tutte le discipline chimiche: diminuzione di 5 ore settimanali per l’opzione chimica e materiali e di 7 ore per le opzioni chimica e biotecnologie ambientali o sanitarie: in entrambi i casi un’enormità, praticamente tutto il taglio, ed anche di più a carico delle discipline chimiche. - Riguardo ai docenti di laboratorio, ad essi verrebbe data la possibilità di insegnare per più della metà delle ore disponibili la disciplina chimica in maniera autonoma (ovviamente con sottrazione di ore al docente laureato)… * Gli attuali corsi geometri si aggregherebbero agli ITIS, con un taglio di ore di lezione di chimica nel biennio anche maggiore e con la scomparsa della chimica applicata ai materiali da costruzione nel terzo anno * I docenti chimici della attuale concorso A013 quindi, se non cambia qualcosa in queste bozze, sarebbero espulsi in massa dagli Istituti Tecnici, visto che molti di loro o lavorano negli ITC o nei trienni finali degli attuali ITIS ad indirizzo chimico; comunque anche nel biennio iniziale degli attuali ITIS e geometri si perdono ore… un inutile e dannoso spreco di risorse umane qualificate e preparate… e un incalcolabile danno per gli alunni e per il Paese…
In più il passaggio degli istituti d’arte a Licei artistici comporta la perdita tortale delle ore di chimica e la tecnologia dei materiali.
Mi auguro che i Presidenti della SCI, del CNC e dell’AIC possano agire contro questi macroscopici errori quanto prima con la massima energia, se possibile in maniera unitaria, o quanto meno sinergica, ribadendo le circostanziate e dettagliate richieste fatte sui nuovi quadri orario di istituti tecnici, professionali e licei. La situazione mi pare infatti grave, anzi gravissima, e i tempi strettissimi (entro dicembre o anche prima tutto potrebbe essere deciso)… Le bozze in quanto tali possono essere cambiate e migliorate…
Quando i delfini balena si avvicinano alle isole Far Oer della Danimarca è un giorno di festa. Le scuole chiudono e i bambini si recano in spiaggia insieme ai genitori. La popolazione, vestita con i costumi tradizionali, si appresta a ricevere i cetacei.
I delfini balena arrivano in gruppi, molte femmine con i piccoli. Sono animali socievoli, curiosi e non hanno timore dell’uomo. E’ il grande spettacolo di autunno per gli isolani. In motoscafo spingono le balene nelle baie dove l’acqua è poco profonda.
Quindi si avvicinano con fiocine di due chili e le piantano più volte nelle carni degli animali finchè non li hanno immobilizzati. I carnefici delle Far Oer possono allora estrarre i coltelli da 15 centimetri e tagliare grasso e carne viva per trapassare la spina dorsale. I piccoli danesi applaudono mentre le balene gridano. Non lo sapevate? Le balene gridano come gli esseri umani quando sono macellate. L’acqua acquista un bel colore rosso sangue. 2.000 balene sono trascinate sulla riva dai coraggiosi abitanti delle Far Oer per essere lasciate agonizzare. La maggior parte marcisce ed è ributtata a mare.
Il delfino balena è una specie protetta e non si conosce il numero di esemplari ancora esistente.
Invito i lettori del blog a non recarsi in vacanza nelle isole Far Oer o a comprare prodotti danesi fino a quando questo ignobille massacro durerà. Inviate una mail alla regina di Danimarca per chiederle di intervenire e promuovete questa iniziativa sul vostro blog.
Diffondi l’iniziativa
<a href=”http://www.beppegrillo.it/iniziative/whalesmassacre?s=user” target=”_blank” ><img src=”http://www2.beppegrillo.it/iniziative/salviamolebalene/banner.jpg” border=”0″ alt=”Stop the whales massacre!”/></a>
on cessa l’odissea dei 250.000 sfollati della provincia congolese del Nord Kivu, sottoposti a rischi gravissimi e alle sofferenze di un esodo senza sosta a causa dei combattimenti tra l’esercito regolare e la milizia ribelle del generale Nkunda.
Cercano scampo dai combattimenti, ripresi all’improvviso dopo qualche mese di fragile tregua, seguiti a molti anni di un conflitto spietato, ribattezzato la “prima guerra mondiale africana” (cinque milioni di morti dal 1998 a oggi): una guerra motivata da ragioni economiche che rischiano ora di assumere un ancor più pericoloso connotato etnico.
Nonostante i tentativi di mediazione sotto l’egida dell’ONU e dell’Unione Africana, i combattimenti non cessano di intensità, mentre si segnalano infiltrazioni di formazioni armate dai paesi confinanti (Ruanda, Uganda e Angola) che rischiano di “internazionalizzare” il conflitto, come già avvenuto in passato con esiti disastrosi per i civili.
Con quelli provocati dall’ultima recrudescenza della guerra, salgono a oltre un milione (ma altre stime parlano addirittura di un milione e mezzo), i civili sfollati nel Nord Kivu, regione fertilissima e ricca di risorse minerarie nell’est della Repubblica Democratica del Congo.
In altri termini, in questa vasta regione quasi un abitante su quattro è in fuga, spesso dopo aver perso tutto ciò che possedeva.
In maggioranza gli sfollati sono donne e bambini, alcuni dei quali rimasti separati dalle famiglie nel caos della fuga.
In situazioni simili, come spiega in questo video uno dei responsabili UNICEF per le emergenze, i bambini e le bambine sono esposti a gravissimi rischi: dalle malattie alla malnutrizione alla purtroppo diffusissima piaga della violenza sessuale.
L’insicurezza e il clima di violenza sono tali da spingere migliaia di famiglie ad abbandonare anche i campi profughi in cui vivevano da anni, per andare a cercare rifugio nei centri urbani, a cominciare da Goma, capitale della regione.
Ed è qui, nonostante enormi rischi, che l’UNICEF e poche altre organizzazioni umanitarie stanno concentrando gli aiuti per una massa di sfollati che cresce di ora in ora.
L’UNICEF, presente da tempo in questa martoriata regione dell’Africa, ha immediatamente intensificato le attività umanitarie già in corso (nei giorni immediatamente precedenti la crisi erano stati assistiti oltre 50.000 sfollati del Nord Kivu) per venire incontro ai bisogni della popolazione infantile.
«Vediamo arrivare a Goma gente che è stata sfollata ormai due, tre, persino cinque volte in questi ultimi anni» riferisce Jaya Murthy, specialista dello staff UNICEF locale. «E abbiamo seguito decine di casi di bambini fuggiti da casa per arruolarsi nelle milizie» (su questo tema, suggeriamo questo articolo uscito sul Corriere della Sera)
Per fronteggiare la sete e prevenire il colera e le altre infezioni da acqua impura, l’UNICEF ha inviato a Goma numerose autocisterne, ciascuna carica di migliaia di litri di acqua potabile, oltre a 1.500 tonnellate di sostanze per potabilizzare le scorte idriche.
Aiuti essenziali sono giunti via aerea con 9 voli umanitari provenienti da Stati Uniti e Gran Bretagna, carichi di beni (alimentari e non) donati all’UNICEF per fronteggiare i bisogni di decine di migliaia di sfollati.Altri voli sono in programma nei prossimi giorni.
A Kibati, l’UNICEF aveva appena iniziato una campagna di vaccinazioni contro ilmorbillo per i 13.000 bambini ospiti del campo per sfollati: le vaccinazioni sono state interrotte per la caotica fuga dal campo di migliaia di famiglie, terrorizzate dall’avvicinarsi del fronte dei combattimenti. L’UNICEF conta di avviare nuove campagna di immunizzazione dal morbillo non appena le condizioni di sicurezza lo permetteranno.
Per saperne di più sull’azione di soccorso dell’UNICEF per gli sfollati nel Nord Kivu visita la pagina dedicata agli aggiornamentisu questa crisi.
Per aiutare i bambini e le madri sfollate del Nord Kivu puoi contribuire con una donazione online oppure nei seguenti modi:
- cc postale n. 745.000 intestato a Comitato Italiano per l’UNICEF, causale: “Emergenza R.D. Congo”
- con carta di credito telefonando al Numero Verde gratuito UNICEF 800-745.000 - cc bancario n. 000.000.510051 presso Banca Popolare Etica, codice IBAN: IT51 R050 1803 2000 0000 0510 051, intestato a Comitato Italiano per l’UNICEF, causale: “Emergenza R.D. Congo”
- presso la sede UNICEF della tua città (qui tutti gli indirizzi)
Pubblicato novembre 6, 2008 di paolonotizie Categorie:Blog di Paolo Etichette:biagi, enzo
« Ho sempre sognato di fare il giornalista, lo scrissi anche in un tema alle medie: lo immaginavo come un “vendicatore” capace di riparare torti e ingiustizie [...] ero convinto che quel mestiere mi avrebbe portato a scoprire il mondo »
( Enzo Biagi (Era ieri))
All’età di nove anni si trasferì a Bologna, dove il padre Dario lavorava già da qualche anno come vice capo magazziniere in uno zuccherificio. L’idea di diventare giornalista nacque in lui dopo aver letto Martin Eden di Jack London. Frequentò l’istituto tecnico Pier Crescenzi, dove con altri compagni diede vita ad una piccola rivista studentesca, Il Picchio, che si occupava soprattutto di vita scolastica. Il Picchio fu soppresso dopo qualche mese dal regimefascista e da allora nacque in Biagi una forte indole antifascista. [5]
Nel 1937, all’età di diciassette anni, scrisse il suo primo articolo, pubblicato sul quotidianoL’Avvenire d’Italia e dedicato al dilemma sorto nella critica dell’epoca se il poeta di CesenaticoMarino Moretti fosse o no crepuscolare. Cominciò così la propria collaborazione con l’Avvenire, occupandosi di cronaca, di colore e di piccole interviste a cantanti lirici.
Nel 1940 fu assunto in pianta stabile dal Carlino Sera, versione serale de Il Resto del Carlino, come estensore di notizie, ovvero colui che si occupa di sistemare gli articoli portati in redazione dai reporter. Nel 1942 fu chiamato alle armi ma non partì mai per il fronte a causa di problemi cardiaci che lo accompagneranno per tutta la vita. Si sposò con Lucia Ghetti, maestra elementare, il 18 dicembre1943. Poco dopo fu costretto a rifugiarsi sulle montagne, dove aderì alla Resistenza combattendo nelle brigate “Giustizia e Libertà” legate al Partito d’Azione di cui condivideva il programma e gli ideali. In realtà Biagi non combatterà mai: il suo comandante, infatti, pur senza dubitare della sua fedeltà lo trovava troppo gracilino. Prima gli diede compiti di staffetta, poi gli affidò la stesura di un giornalepartigiano “Patrioti”, di cui Biagi era in pratica l’unico redattore e con il quale informava la gente sul reale andamento della guerra lungo la Linea Gotica. Del giornale uscirono appena quattro numeri, in seguito la sua tipografia fu distrutta dai tedeschi.
Biagi considererà sempre quei mesi che passò da partigiano come i più importanti della sua vita: in memoria di ciò, volle che la sua salma fosse accompagnata al cimitero sulle note di Bella ciao.[6].
Terminata la guerra, entrò con le truppe alleate a Bologna e fu proprio lui ad annunciare alla radio locale l’avvenuta liberazione. Poco dopo fu assunto come inviato speciale e critico cinematografico al Resto del Carlino che all’epoca aveva cambiato il suo nome in “Giornale dell’Emilia”.
Nel 1946 seguì come inviato speciale il Giro d’Italia, nel 1947 partì per l’Inghilterra dove raccontò il matrimonio della futura reginaElisabetta II. È il primo di una lunga serie di viaggi all’estero come “testimone del tempo” che contrassegneranno tutta la sua vita.
I partigiani di “Giustizia e Libertà” entrano nella Bologna liberata: tra loro c’era anche il giovane Enzo Biagi
Nel 1951, parte per conto del Carlino in Polesine dove con una cronaca rimasta negli annali, descrive l’alluvione che flagella la provincia di Rovigo ma nonostante il grande successo che riscuotono quegli articoli, Biagi viene isolato all’interno del giornale per via di alcune sue dichiarazioni contrarie alla bomba atomica che lo fecero passare per un comunista e considerato quindi un “pericoloso sovversivo” per il suo direttore.
Gli articoli sul Polesine sono letti però anche dall’editore milanese Arnoldo Mondadori alla ricerca di nuovi elementi per le sue redazioni che lo chiama a lavorare come caporedattore al settimanale Epoca. Biagi e la sua famiglia (erano già nate due figlie, Bice e Carla; nel 1956 arriverà Anna) lasceranno quindi l’amata Bologna per Milano.
Nel 1952 Epoca attraversa un momento difficile. Alla ricerca di scoop esclusivi da poter pubblicare in Italia, il nuovo direttore Renzo Segala, subentrato da un mese a Bruno Fallaci, decise di partire per l’America affidando a Biagi la guida del giornale per due settimane, stabilendo già in partenza i temi da affrontare durante la sua assenza e cioè il ritorno di Trieste all’Italia e l’inizio della primavera.
Nel frattempo scoppia però il “caso Wilma Montesi“: una giovane ragazza romana viene ritrovata morta sulla spiaggia di Ostia; ne nasce uno scandalo, poi rivelatosi falso, in cui rimane coinvolta l’alta borghesialaziale, il prefetto di Roma e il figlio del ministroAttilio Piccioni, il quale rassegna le dimissioni. Biagi, intuendo la grande risonanza che il caso Montesi aveva avuto nel Paese, decide contro ogni disposizione di dedicare ad esso la copertina e di pubblicare un’inedita ricostruzione dei fatti. È un successo clamoroso: la stampa di Epoca cresce di oltre ventimila copie in una sola settimana e Mondadori toglie la direzione a Segala, da poco tornato dagli Stati Uniti, affidandola a Biagi.
Sotto la direzione di Biagi, Epoca s’impone nel panorama delle grandi riviste italiane surclassando la storica concorrenza dell’Espresso e dell’Europeo. La formula di Epoca, a quel tempo innovativa, punta a raccontare con riepiloghi e approfondimenti le notizie della settimana e le storie dell’Italia del boom. Un altro scoop esclusivo sarà la pubblicazione di fotografie che raffigurano un umanissimo Pio XII che gioca con un canarino.
Nel 1960, un articolo sugli scontri di Genova e Reggio Emilia contro il governo Tambroni (che avevano provocato la morte di dieci operai in sciopero, tanto da essere definita strage di Reggio Emilia) provocò una dura reazione dello stesso e Biagi sarà costretto a lasciare Epoca. Qualche mese dopo fu assunto dalla Stampa come inviato speciale.
Nel marzo del 1962 lancia il primo rotocalco della televisione italiana: RT-Rotocalco Televisivo. Appare per la prima volta in video; il timido Biagi ricorderà sempre come un tormento le sue prime registrazioni. RT è il primo programma televisivo che si occupa esplicitamente di mafia: un servizio fu infatti registrato a Corleone da Gianni Bisiach e per la prima volta furono fatti i nomi dei feroci boss della Sicilia quali Totò Riina e Bernardo Provenzano.
Ma a Roma Biagi si sente con le mani legate. Le pressioni politiche sono all’ordine del giorno; ha già detto di no a Saragat che gli proponeva alcuni servizi, ma resistere è difficile malgrado la solidarietà pubblica che gli arriva da personaggi celebri del periodo come Guareschi, Garinei e Giovannini, Feltrinelli, Liala e lo stesso Bernabei. Nel 1963 decide di dimettersi e di tornare a Milano dove diventa inviato e collaboratore del Corriere della Sera, de La Stampa e del settimanale L’Europeo.
« Ero l’uomo sbagliato al posto sbagliato: non sapevo tenere gli equilibri politici, anzi proprio non mi interessavano e non amavo stare al telefono con onorevoli e sottosegretari [...] Volevo fare un telegiornale in cui ci fosse tutto, che fosse più vicino alla gente, che fosse al servizio del pubblico non al servizio dei politici. »
(Enzo Biagi)
Nel 1968, si legò alla tv di Stato per la realizzazione di programmi di approfondimento giornalistico. Tra i più seguiti e innovativi: “Dicono di lei” (1969), una serie di interviste a personaggi famosi, tramite frasi, aforismi, aneddoti sulle loro personalità e “Terza B, facciamo l’appello” (1971), in cui personaggi famosi incontravano dei loro ex compagni di classe, amici dell’adolescenza, i primi timidi amori.
« Considero il giornale un servizio pubblico come i trasporti pubblici e l’acquedotto. Non manderò nelle vostre case acqua inquinata. »
(Enzo Biagi nel suo editoriale il primo giorno di direzione al Resto del Carlino)
Nel 1971 fu nominato direttore del Resto del Carlino con l’obiettivo di trasformarlo in un quotidiano nazionale. Viene data più attenzione alla cronaca e alla politica. Biagi esordì con un editoriale, che chiamò Rischiatutto come la celebre trasmissione di Mike Bongiorno, commentando il caos in cui si stavano svolgendo le elezioni del presidente della Repubblica (che videro poi l’elezione di Giovanni Leone) che tennero impegnato il Parlamento per mesi con tutti i problemi che aveva il Paese.
L’editoreAttilio Monti è in buoni rapporti con il ministro delle finanzeLuigi Preti, che pretende che il giornale dia risalto alle sue attività. Biagi ignora le richieste di Preti; poco dopo però pubblica la sua partecipazione ad una festa al Grand Hotel di Rimini che Preti smentisce vigorosamente. La replica di Biagi (“ci dispiace che lo sbadato cronista abbia preso un abbaglio; siamo però convinti che i ministri, anche se socialisti, non hanno il dovere di vivere sotto i ponti”) manda Preti su tutte le furie, tanto da premere per il suo allontanamento[8]. Il 30 giugno1972 firma il suo addio ai lettori e torna quindi al Corriere della Sera. Nel 1975, pur senza lasciare il Corriere, collaborò con l’amico Indro Montanelli alla creazione del Giornale.[9].
Dal 1977 al 1980, ritornò a collaborare stabilmente alla Rai, conducendo “Proibito”, programma in prima serata su Rai Due che trattava temi d’attualità. All’interno del programma guidò due cicli d’inchiesta internazionali denominati “Douce France” (1978) e “Made in England” (1980). Con “Proibito”, Biagi iniziò ad occuparsi di interviste televisive, genere di cui sarebbe divenuto un maestro. Nel programma furono intervistati, creando ogni volta scalpore e polemiche, personaggi-chiave dell’Italia dell’epoca come l’ex brigatistaAlberto Franceschini, il finanziere poi coinvolto in inchieste di mafia e corruzione Michele Sindona e soprattutto il dittatore libico Muammar Gheddafi nei giorni successivi alla caduta dell’aereo di Ustica, in cui il dittatore sostenne che si trattava di un attentato organizzato dagli Stati Uniti contro la sua persona e che gli americani quel giorno avevano soltanto “sbagliato bersaglio”. L’intervista finì al centro di una controversia internazionale e il governo dell’epoca ne proibì la messa in onda. L’incontro fu poi regolarmente trasmesso un mese dopo[8].
Nel 1981, dopo lo scandalo della P2 lasciò il Corriere della Sera, dichiarando di non essere disposto a lavorare in un giornale controllato dalla massoneria come sembrava emergere dalle inchieste della magistratura. Come lui stesso ha rivelato, il leader della P2Licio Gelli aveva chiesto all’allora direttore del quotidiano, Franco Di Bella di cacciare Biagi o di mandarlo in Argentina. Di Bella, però si rifiutò. [10]
Diventò quindi editorialista de la Repubblica, quotidiano che lasciò nel 1988 per ritornare a quello di via Solferino.
Nel 1982 condusse la prima serie di “Film Dossier”, un programma che, attraverso film mirati, puntava a coinvolgere lo spettatore; nel 1983, dopo un programma su Rai Tre dedicato ad episodi della seconda guerra mondiale (La guerra e dintorni), iniziò a condurre su Rai Uno “Linea Diretta”, uno dei suoi programmi più seguiti, che proponeva l’approfondimento del fatto della settimana, tramite il coinvolgimento dei vari protagonisti. Linea Diretta venne trasmesso fino al 1985. Appena un anno dopo, nel 1986, sempre su Rai Uno, fu la volta di “Spot”, un settimanale giornalistico in quindici puntate, cui Biagi collaborava come intervistatore. In questa veste, si rese protagonista di interviste storiche come quella a Osho, il famoso e controverso mistico indiano contemporaneo, nell’anno in cui il Partito Radicale cercava di fargli ottenere il diritto di ingresso per il nostro Paese che gli veniva negato; oppure quella a Mikhail Gorbaciov, negli anni in cui il leader sovietico iniziava la perestrojka; o quella ancora a Silvio Berlusconi nei giorni delle polemiche sui presunti favori del governo Craxi nei confronti delle sue televisioni. Berlusconi tentò invano di convincere Biagi ad entrare a Mediaset ma il giornalista non accettò, sia perché legato affettivamente alla Rai sia perché temeva che, nelle televisioni del Cavaliere, avrebbe avuto minore libertà. [8] Nel 1989 riaprì i battenti per un anno “Linea Diretta”. Questa nuova edizione di “Linea Diretta”, verrà anche sbefeggiata dal trio comico Marchesini-Solenghi-Lopez, che all’epoca stava conoscendo un grande successo. In precedenza Biagi era già stato imitato da Alighiero Noschese negli anni settanta; successivamente sarà nel mirino del Bagaglino
Nei primi anni Novanta, realizzò soprattutto trasmissioni tematiche, di grande spessore, come “Che succede all’Est?” (1990), dedicata alla fine del comunismo, “I dieci comandamenti all’italiana” (1991), (trasmissione per cui ricevette i complimenti di Giovanni Paolo II, il quale poco dopo volle incontrare in Vaticano lo stesso Biagi e l’intero staff del programma) dove conobbe il cardinale Ersilio Tonini, con cui stringerà poi una forte amicizia, “Una storia” (1992), (sulla lotta alla mafia) dove apparve per la prima volta in televisione il pentito Tommaso Buscetta. Segue attentamente le vicende di “Mani pulite“, con programmi come “Processo al processo su Tangentopoli” (1993) e “Le inchieste di Enzo Biagi” (1993-1994). È il primo giornalista ad incontrare l’allora giudice Antonio Di Pietro, nei giorni in cui era considerato ” l’eroe” che aveva messo in ginocchio Tangentopoli.
Nel 1995 iniziò la trasmissione Il Fatto, un programma di approfondimento dopo il Tg1 sui principali fatti del giorno, di cui Biagi era autore e conduttore. Nel 2004 “Il Fatto” è stato proclamato da una giuria di critici televisivi come il miglior programma giornalistico realizzato nei primi cinquant’anni della Rai.[11] Rilevanti sono le interviste a Marcello Mastroianni, a Sofia Loren, a Indro Montanelli e le due realizzate a Roberto Benigni.
Nel luglio del 2000, la Rai dedicò a Biagi uno speciale in occasione del suo ottantesimo compleanno titolato “Buon compleanno signor Biagi! Ottant’anni scritti bene” condotto da Vincenzo Mollica.
La prima intervista a Benigni era stata rilasciata dopo la vittoria di quest’ultimo ai Premi Oscar del 1997, la seconda nel 2001 a ridosso delle elezioni politiche che poi avrebbero visto la vittoria della Casa delle Libertà. In quest’ultima il comico toscano commentò, a modo suo, il conflitto d’interessi e il contratto con gli italiani che Berlusconi aveva firmato qualche giorno prima nel salotto di Bruno Vespa. I commenti provocarono il giorno dopo roventi polemiche contro Biagi, che venne accusato di sfruttare la televisione pubblica per impedire la vittoria di Berlusconi. Al centro della bufera c’erano anche le dichiarazioni che il 27 marzoIndro Montanelli aveva rilasciato al Fatto. Il grande giornalista aveva attaccato pesantemente il centrodestra paragonandolo ad un virus per l’Italia e sostenendo che sotto Berlusconi il nostro Paese avrebbe vissuto una “dittatura morbida in cui al posto delle legioni quadrate avremmo avuto i quadrati bilanci”, ovvero molta corruzione.
Il 18 aprile del 2002 l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, mentre si trovava in visita ufficiale a Sofia, rilasciò una dichiarazione riportata dall’Agenzia Ansa e passata poi alla cronaca con la definizione giornalistica di Editto bulgaro. Berlusconi, commentando la nomina dei nuovi vertici Rai, resi pubblici il giorno prima, si augurò che “la nuova dirigenza non permettesse più un uso criminoso della televisione pubblica” come, a suo giudizio, era stato fatto dal giornalista Michele Santoro, dal comico Daniele Luttazzi e dallo stesso Biagi. Biagi replicò quella sera stessa nella puntata del Fatto, appellandosi alla libertà di stampa:
« Il presidente del Consiglio non trova niente di meglio che segnalare tre biechi individui: Santoro, Luttazzi e il sottoscritto. Quale sarebbe il reato? [...] Poi il presidente Berlusconi, siccome non intravede nei tre biechi personaggi pentimento e redenzione, lascerebbe intendere che dovrebbero togliere il disturbo. Signor presidente, dia disposizioni di procedere perché la mia età e il senso di rispetto che ho verso me stesso mi vietano di adeguarmi ai suoi desideri [...]. Sono ancora convinto che perfino in questa azienda (che come giustamente ricorda è di tutti, e quindi vorrà sentire tutte le opinioni) ci sia ancora spazio per la libertà di stampa; sta scritto – dia un’occhiata – nella Costituzione. Lavoro qui in Rai dal 1961, ed è la prima volta che un Presidente del Consiglio decide il palinsesto [...]. Cari telespettatori, questa potrebbe essere l’ultima puntata del Fatto. Dopo 814 trasmissioni, non è il caso di commemorarci. »
È l’inizio, per Enzo Biagi, di una lunga controversia fra lui e la Rai, con numerosi colpi di scena e un’interminabile serie di trattative che videro prima lo spostamento di fascia oraria del Fatto, poi il suo trasferimento su Rai Tre e infine la sua cancellazione dai palinsesti.
A settembre, Biagi, sentendosi preso in giro dai vertici della Rai e credendo che non gli sarebbe mai stata affidata nessuna trasmissione, decide a settembre di non rinnovare il suo contratto con la televisione pubblica che scade dopo 41 anni di collaborazione il 31 dicembre del 2002.
Gli ultimi anni: il ritorno in televisione[modifica]
In questo stesso periodo, Biagi fu colpito da due gravi lutti: la morte della moglie Lucia il 24 febbraio2002 e della figlia Anna il 28 maggio2003, cui era legatissimo, scomparsa improvvisamente per un arresto cardiaco[12] Questa morte lo segnò per il resto della sua vita.
La storica sede del Corriere della Sera a Milano, dove Biagi lavorò e scrisse per molti anni
Continuò a criticare aspramente il governo Berlusconi, dalle colonne del Corriere della Sera. L’atto più clamoroso fu quando (in seguito al famoso episodio di Berlusconi che con il dito medio alzato durante un comizio a Bolzano espresse cosa pensava dei suoi critici) chiese “scusa, a nome del popolo italiano, perché il nostro presidente del Consiglio non ha ancora capito che è un leader di una democrazia”. Berlusconi replicò dichiarandosi stupito che “il Corriere della Sera pubblicasse i racconti di un vecchio rancoroso come Biagi”[13]. Il Cdr del Corriere protestò con una lettera aperta indirizzata a Berlusconi, dicendosi orgoglioso che un giornalista come Biagi lavorasse nel suo quotidiano e sostenendo che “in Via Solferino lavorano dei giornalisti non dei servi”.
Tornò in televisione, dopo due anni di silenzio, alla trasmissione Che tempo che fa, intervistato per una ventina di minuti da Fabio Fazio. Il suo ritorno in televisione registrò ascolti record per Rai Tre e per la stessa trasmissione di Fazio. [14].
Biagi tornò poi altre due volte alla trasmissione di Fazio, testimoniando ogni volta il suo affetto per la Rai («la mia casa per quarant’anni») e la sua particolare vicinanza a Rai Tre.
Biagi intervenne anche al Tg3 e in altri programmi della Rai. Invitato anche da Adriano Celentano nel suo RockPolitik in una puntata dedicata alla libertà di stampa assieme a Santoro e Luttazzi, Biagi declinò l’offerta per motivi di salute.
Nella sua ultima intervista a “Che tempo che fa“, nell’autunno del 2006 Biagi affermò che il suo ritorno in Rai era molto vicino e, al termine della trasmissione, il direttore generale della Rai, Claudio Cappon, telefonando in diretta, annunciava che l’indomani stesso Biagi avrebbe firmato il contratto che lo riportava in tv.
« Buonasera, scusate se sono un po’ commosso e magari si vede. C’è stato qualche inconveniente tecnico e l’intervallo è durato cinque anni. C’eravamo persi di vista, c’era attorno a me la nebbia della politica e qualcuno ci soffiava dentro… Vi confesso che sono molto felice di ritrovarvi. Dall’ultima volta che ci siamo visti, sono accadute molte cose. Per fortuna, qualcuna è anche finita. »
(Editoriale dal sito ufficiale della trasmissione[15])
Essendo alla vigilia della festa del 25 aprile, l’argomento della puntata fu la resistenza, sia in senso moderno, come di chi resiste alla camorra, fino alla Resistenza storica, con interviste a chi l’ha vissuta in prima persona.
La trasmissione andò in onda per sette puntate, oltre allo speciale iniziale, fino all’11 giugno 2007. Sarebbe dovuta riprendere nell’autunno successivo. Ciò non avvenne a causa dell’improvviso aggravarsi delle condizioni di salute di Biagi.
Non pochi anni prima era stato sottoposto ad un delicato intervento chirurgico durante il quale gli erano stati innestati quattro bypass cardiaci e, addirittura, ne prese spunto per una sua battuta scherzosa riferita a Gianni Agnelli:
« qualcosa più di lui ce l’ho sicuramente, un bypass in più… »
Ricoverato per oltre dieci giorni in una clinica milanese, a causa di un edema polmonare e di sopraggiunti problemi renali e cardiaci, morì all’età di 87 anni la mattina del 6 novembre2007. Pochi giorni prima di morire disse a un’infermiera «Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie…», ricordando Soldati di Ungaretti, e aggiungendo «ma tira un forte vento».[16]
Nei giorni precedenti era stata aperta a Milano la camera ardente che vide una partecipazione popolare immensa, definita “stupefacente” dalle sue stesse figlie. Alle redazioni dei giornali e ai familiari arrivarono lettere di cordoglio e di condoglianze da ogni parte d’Italia, anche la maggioranza dei principali siti Internet e molti blog lo ricordarono con parole affettuose, segno della grande commozione che la sua scomparsa aveva provocato.
Successivamente furono molte le iniziative per ricordarlo. Michele Santoro gli dedicò una puntata nella sua trasmissione Anno Zero titolata “Biagi, partigiano sempre”; Blob e Speciale Tg1 riproposero i filmati dei suoi programmi più significativi; il Corriere della Sera organizzò una serata commemorativa presso la Sala Montanelli, la Rai invece lo onorò con una serata presso il teatro Quirino a Roma trasmessa in diretta su Rai News 24 e poi in replica su Rai Tre in seconda serata. [17]
A partire dall’11 marzo2008Rai Tre ha iniziato a trasmettere un ciclo chiamato “RT-Rotocalco Televisivo Era Ieri” dedicato alla televisione di Enzo Biagi e alle sue interviste ai protagonisti del XX secolo.
Nello stesso mese, è stato istituito il “Premio Nazionale Enzo Biagi“, consegnato ai giornalisti e agli scrittori “che mostrano esempio di libertà”. Il primo vincitore è stato lo scrittore Roberto Saviano.
Ad Enzo Biagi sono state talvolta rivolte critiche.
Secondo quanto riporta Roberto Gervaso nel suo libro Ve li racconto io, una parte della critica sostiene che Enzo Biagi scriva nei suoi libri “sempre le stesse cose”. [18] È rimasta celebre l’affermazione di Bettino Craxi, il quale in un’intervista dichiarò che Biagi non gli piaceva più perché faceva del “moralismo un tanto al chilo”. Il riferimento, probabilmente, è legato alle forti critiche che Biagi riservò a Craxi e ai suoi governi, soprattutto in alcuni articoli sul Corriere della Sera. In seguito l’accusa di moralismo sarà estesa da socialisti a tutti coloro che non condividevano la politica spregiudicata e decisionista del PSI negli anni Ottanta.[8] Scriverà più tardi lo stesso Biagi:
« Questa storia del moralismo fu per Craxi una specie di ossessione. Poi le vicende giudiziarie ci hanno indotto a dedurre che, per lui, il Codice Penale era più che altro una questione di stati d’animo. »
(Enzo Biagi)
Biagi è stato preso di mira per decenni anche dalla sinistra per il presunto buonismo e le ovvietà di molti suoi scritti. Il giornalista Sergio Saviane lo etichettò come “Banal Grande” sulla rubrica che teneva nell’”Espresso“.
Nel 2001 con una serie di articoli pubblicati da Panorama, Giuliano Ferrara attaccò duramente Biagi. Dopo le interviste a Montanelli e a Benigni, che contenevano dure critiche a Berlusconi, Ferrara dichiarò che secondo lui Biagi avrebbe fatto bene a “sputarsi in faccia” per quello che stava facendo al Cavaliere. Successivamente fu ancora più esplicito dandogli dell’ipocrita e dell’arrogante. Inoltre definì una “sceneggiata” le polemiche nate dopo l’editto bulgaro e il suo allontanamento dalla Rai.
Secondo alcuni, la liquidazione ricevuta dalla Rai per la chiusura del contratto, sarebbe stata eccessivamente alta.[senza fonte] Tuttavia Biagi si è difeso ricordando che la stessa cifra è stata stabilita come “equa per la chiusura di un contratto” dall’ordinanza di un giudice a favore di Michele Santoro, anche lui allontanato dopo l’editto bulgaro.
Scheda di sintesi delle motivazioni contrarie alla realizzazione
dell’Alta Velocità ferroviaria Lione-Torino
(Analisi aggiornata al secondo progetto preliminare RFI, depositato il 10 Dicembre 2003 )
A cura dei
Lavoratori per un Futuro Sostenibile
Torino, Maggio 2004
Treni ad Alta Velocità – treni ad Alta Capacità
Tratta Lione – Torino Il tunnel Questo è il profilo del tunnel di base della progettata linea TAV-TAC (Treno ad Alta Velocità – Treno ad Alta Capacità) nella tratta internazionale della LIONE-TORINO: da St.Jean de Maurienne a Venaus. Sarà realizzato con due gallerie parallele (bitubo) per elevare il grado di sicurezza: in caso di incidente una è per i soccorsi.
E’ lungo 52 Km; l’altezza del carico di roccia sovrastante arriva ad un massimo di oltre 2500 m; la temperatura prevista nella zona centrale è superiore ai 35 gradi per oltre 15 Km, con un picco di 50 gradi.
La durata della costruzione, con tecnica mista “fresa-esplosivo” è prevista in almeno 10 anni (12-15 per completare le 2 gallerie)
Lo scavo produrrà 15 milioni di metri cubi di detriti (lo “smarino”) con presenza di amianto e uranio: metà dovrà essere sparso in Valsusa (entro 30 Km, per economia dei costi); a questi detriti depositati in valle si assommeranno quelli dei successivi 2 lunghi tunnel (Bussoleno 12 Km e Gravio-Musinè 23 Km) che attraverseranno la nota vena amiantifera presente nello spartiacque tra le valli Lanzo e Susa.
Saranno allo stesso tempo prelevati localmente centinaia di migliaia di metri cubi di buona ghiaia per il calcestruzzo di rivestimento delle gallerie.
Lo scavo prosciugherà molte falde che alimentano gli acquedotti di valle, come già accaduto in Appennino per il TAV Bologna-Firenze.
A servizio del tunnel dovrà essere realizzato, più a valle (tra Chianocco e Borgone), un piazzale di stazionamento e carico per i treni lungo 2-3 Km, largo 100 m. e con pendenza inferiore al 2 per mille: in pratica una diga di terra in grado di sbarrare il vallone di Chianocco. Un’opera a gravissimo rischio idrogeologico.
L’impresa che dal lato Francese si propone per il tunnel è la ROCKSOIL dell’ing. Lunardi (intestata alla moglie, ora che lui è ministro delle infrastrutture)
Progetto di LTF per la tratta internazionale [S. Jean de Maurienne-S. Didero]
2° progetto preliminare di RFI per la tratta italiana [S. Didero-Settimo] In valle di Susa il tracciato si sviluppa interamente sul costone che ne delimita la sinistra orografica, dividendola dalle valli di Lanzo. Dall’uscita del tunnel, a Venaus, si attraversa in viadotto la Val Cenischia per trovare subito una nuova galleria (12 Km) alle spalle di Susa e Bussoleno; nella successiva piana tra Bruzolo, S.Didero e Borgone termina la tratta internazionale ed inizia quella italiana: qui sono previsti il piazzale di stazionamento ed il raccordo lato monte con la linea ferroviaria storica. Segue la galleria Gravio-Musiné di 23 Km, che sbuca presso Val della Torre, poi prevalentemente a cielo aperto (alternando tratti di soprelevata e tratti in trincea) si sviluppa la cosiddetta Gronda Nord di Torino, attraverso i territori comunali di Alpignano, Pianezza, Collegno (Savonera), Venaria (tunnel nell’abitato), Torino e Borgaro fino a raggiungere Settimo Torinese (con tunnel sotto le autostrade e la tangenziale) dove si realizzano la saldatura alla tratta TAV Torino-Milano ed il raccordo lato valle con la ferrovia storica.
Se l’opera in valle comporta prosciugamenti di sorgenti e spargimento di amianto ed uranio con rischi di elevata mortalità che si estendono fino a Torino, nell’area della gronda nord essa compromette (in qualche caso definitivamente) le attività agricole e zootecniche devastando il sistema di falde superficiali e canali irrigui con i trinceroni e gli alti muraglioni (fino a 5-6 metri) che si rendono necessari per contenere il rumore e le vibrazioni in fase di esercizio.
L’esperienza delle linee ad alta velocità nel resto del mondo insegna infatti che queste sono compatibili con la condizione residenziale solo quando gli insediamenti siano collocati al di fuori di fasce di protezione di 150 metri per lato: è il cosiddetto corridoio di servizio industriale non utilizzabile per uso abitativo o agricolo. Date le caratteristiche del territorio molti fabbricati ed insediamenti sarebbero purtroppo all’interno di questo corridoio. [1]
Con questa soluzione progettuale la linea ad alta velocità non si collega al nodo ferroviario (passeggeri e merci) metropolitano di Torino; solo i treni con capolinea nella città ne toccherebbero stazioni e scali mediante la linea storica, utilizzando i raccordi di Bruzolo o Settimo. La prospettiva non piace a Comune di Torino, Provincia e Regione che rivendicano la realizzazione di un ramo di connessione della TAV in città, sotto corso Marche, ma le ferrovie obiettano che i costi sarebbero esorbitanti e che ogni attraversamento di nodi urbani significa un rallentamento…
Tempi e modi di realizzazione
I tempi di realizzazione per completare l’opera sono stimabili nell’ordine dei 15-20 anni. Pur prevedendo di lavorare parallelamente alle tratte nazionale ed internazionale sarà quest’ultima, col tunnel di base, a comportare imprevisti e tempi lunghi, come insegna l’esperienza delle gallerie TAV appenniniche.
Per la tratta italiana, tra S. Didero e Settimo, nei prossimi 10-12 anni, funzioneranno 11 cantieri con enorme consumo di energia e petrolio, con inquinamento dei suoli e delle acque, con centinaia di camion e mezzi di scavo che di giorno ed in qualche caso anche di notte assilleranno le popolazioni con polvere, rumore e gas di scarico paralizzando per giunta la viabilità locale.
A parere del Governo, ma anche del Sindaco di Torino, dei Presidenti di Provincia e Regione questa “economia cantieristica” sarà una chiave di sviluppo a compensazione della perdita occupazionale nell’industria: in realtà sarà caratterizzata dall’impiego di manodopera immigrata a bassa specializzazione ed a rischio di elevato sfruttamento in condizioni di scarsa sicurezza (3 morti in 1 anno sulla TAV TO-MI); data l’enorme mole di denaro in gioco sarà nuova occasione di appalti e subappalti con i consueti margini di manovra per la corruzione politico-imprenditoriale, con apertura ad infiltrazioni mafiose.[2]
L’impresa che si impone per la realizzazione dell’opera è IMPREGILO (di Romiti figlio, gruppo FIAT) primo contraente di TAV in Italia.
Costi di realizzazione I costi di realizzazione dell’intera tratta, tunnel di base compreso, sono oggi stimati nell’ordine di circa 16 miliardi di Euro (32 mila miliardi di Lire); l’esperienza del TAV Bologna-Firenze, che èsimile per le caratteristiche del territorio, ha però dimostrato ancora una volta che in 10 anni, ben prima del termine, i costi risultano più che quadruplicati. I promotori sperano nell’apporto di finanziamenti privati, ma le previsioni di scarsa redditività di esercizio e l’esempio eclatante del fallimento del tunnel anglo-francese sotto la Manica tengono lontani gli investitori. Quasi tutti i soldi necessari a sostenere l’opera dovranno allora provenire da fonte pubblica e saranno quelli sottratti, in ultima analisi, a welfare, scuola, sanità: in presenza di un’economia in crisi si tende a risolvere il problema del reperimento dei fondi mediante prestiti bancari (alla Infrastrutture spa) garantiti dallo Stato (tramite Patrimonio spa che ipotecherebbe beni demaniali, spiagge, monumenti…) da restituire nei successivi 20-30 anni coi relativi interessi.
Un “geniale” trucco dei maghi della finanza creativa per non far apparire il deficit nel bilancio pubblico, evitando la violazione dei parametri europei.
Il medesimo schema verrebbe applicato a numerose altre infrastrutture messe in cantiere dal Governo: la trovata straordinaria è di addossarne i costi alle generazioni future, impegnando denaro pubblico di domani per sostenere gli immediati profitti privati di finanziatori e costruttori; sempre che in Italia non si verifichi, a forza di investire in opere faraoniche quantità esorbitanti di denaro che non c’è, una bancarotta simile a quella dell’Argentina.
Economia di gestione Si è calcolato[3] che, ad opera ultimata, i costi di gestione potrebbero essere a pareggio solo se sulla linea transitassero almeno 40 milioni di tonnellate di merci all’anno: 350 treni al giorno, uno ogni 4-5 minuti, lunghi 1500-2000 metri, alla velocità di 150 Km/h; alternati a treni passeggeri con velocità fino a 300 Km/h (sarà necessaria, tra l’altro, una continua e costosa manutenzione per garantire sicurezza alle alte velocità e tentare di minimizzare l’impatto acustico).
Si dubita però fortissimamente della possibilità di costringere I flussi di merci che ora attraversano i confini in diversi punti (su ferrovia a Ventimiglia, Bardonecchia, Domodossola, Chiasso, Brennero…) a concentrarsi su di un unico tunnel, anche quando si ipotizzi un forte, artificioso aumento dei pedaggi per i TIR nei tunnel autostradali e sulle strade di valico. E` pertanto già prevedibile una gestione in perdita economica per decine di anni e quindi si ipoteca, anche qui, il denaro pubblico futuro per coprire i disavanzi.
In definitiva quest’opera serve sicuramente a trasformare ingenti investimenti pubblici in profitti privati delle imprese di costruzione.
E, in esercizio, produrrà molto probabilmente perdite che saranno da ripianare, ancora una volta, con denaro pubblico.
Avrà inoltre un impatto insostenibile sull’ambiente e la popolazione dei territori attraversati
Questi sono i principali motivi dell’opposizione popolare e degli Enti Locali interessati; vi sono però anche ragioni di principio che dividono le forze favorevoli e contrarie al TAV-TAC. Nel seguito le elenchiamo, mettendole a confronto.
PHOENIX - Barack Obama è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. Il primo candidato afro-americano conquista la Casa Bianca in modo trionfale, vincendo dall’Est all’Ovest, dalle Montagne Rocciose agli Appalachi, conquista gli Stati repubblicani decisivi con un’onda d’urto che ridisegna di blu, il colore dei Democratici, la mappa elettorale degli Usa.
Erano appena passate le sette del pomeriggio quando i network televisivi, primi arbitri del risultato, gli hanno assegnato la vittoria. Dieci minuti dopo, come vuole la tradizione americana, lo sconfitto John McCain gli ha concesso la vittoria: “Ho avuto l’onore di congratularmi con il senatore Obama, che questa notte è diventato il nuovo presidente degli Stati Uniti”.
Non c’è dubbio che si è trattato di un trionfo e questa volta gli elettori hanno confermato i sondaggi che vedevano unanimemente vincitore il candidato democratico. Obama conquista il voto popolare staccando McCain di quattro milioni di voti e conquista almeno 335 voti elettorali (ne bastavano 270) quando ne devono essere assegnati ancora 49. Vince in Florida e Ohio, i due Stati che avevano portato Bush alla Casa Bianca nel 2000 e nel 2004, conquista la Virginia, dove l’ultima vittoria democratica risaliva al 1964, con tre punti di vantaggio e ottine una clamorosa vittoria, sia pure per poche migliaia di voti in North Carolina, lo Stato del profondo sud dove l’elettorato afro-americano ha fatto la differenza. Quando mancano da assegnare solo tre Stati è leggermente in testa in Montana e Indiana e leggermente indietro in Missouri. Stravince la battaglia del West conquistando in un colpo solo Colorado, Nevada e New Mexico.
La valanga democratica si fa sentire anche al Congresso. I democratici avanzano alla Camera dove conquistano come minimo tredici nuovi deputati e si aggiudicano diversi seggi al Senato. Non saranno forse sufficienti per raggiungere quel quota 60 che renderebbe il Senato blindato, ma per i repubblicani la sconfitta di Elizabet Dole in North Carolina e di John Sununu in New Hampshire insieme alla perdita dei seggi della Virginia, del Colorado e del New Mexico è di quelle che bruciano.
Mentre nel Grant Park di Chicago una folla si preparava a festeggiare Obama il nuovo presidente ha ricevuto anche le congratulazioni di Bush: “Presidente eletto, mi congratulo. Che fantastica notte per lei, la sua famiglia e i suoi sostenitori. Io e Laura abbiamo chiamato per congratularci con lei e sua moglie. Prometto di rendere dolce questa transizione. Lei è in procinto di intraprendere uno dei più grandi viaggi della vita”.
Nella notte feste spontanee sono esplose in ogni angolo d’America. Da Harlem ad Atlanta, dai campus universitari ai quartieri ispanici, decine di migliaia di persone di ogni età, razza e religione sono scese in strada per festeggiare una vittoria epocale. A New York, Times Square si è riempita di gente mentre l’Empire State Building, che era colorato di rosso e blu in spirito bipartisan ha cambiato colore per illuminarsi con il blu democratico.
(5 novembre 2008)( http://www.repubblica.it/2008/10/speciale/altri/2008elezioniusa/risultati-voto/risultati-voto.html)